Prove tecniche di santità – Un’analisi di Sandro Lanzafame

Link al racconto

Innanzitutto bisogna perdere la Fede (la ragazza di nome Fede che scarica Tino), poiché può vedere Dio solo colui che è disposto ad accettare l’ipotesi più orribile: la non-esistenza di Dio.
Questo è un dato preliminare, una conditio sine qua non, come mostrato da Gesù in Croce: “Dio mio perché mi hai abbandonato?”, riferimento al famoso Salmo 23, affermazione della necessità della Via Crucis, descensus ad inferos, ossia passaggio attraverso l’apparente inesistenza di Dio.

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Nonostante l’inesistenza di Dio sia illusione, se non la accettiamo come possibilità, non superiamo l’illusione stessa.
Così Dante all’ingresso degli inferi (perdete ogni speranza, o voi che entrate), così lo stalker (Tarkovskij): “può entrare nella Zona solo chi non ha più speranze.”
Quindi la Fede va persa, intesa come fede in Dio come concetto, come entità esterna, come oggetto che si può “trovare” e possedere.
Per questo Pascal dice “io scommetto che Dio esiste. Se non esiste, non ho perso nulla. Se esiste, ho guadagnato tutto.”
In questa dichiarazione di fede, egli accetta anche la possibilità della non-esistenza di Dio, ben diversamente da chi si attacca a icone, idoli e simulacri, evidentemente terrorizzato dalla prospettiva di cadere eternamente nell’abisso del senza-Dio.

Noi sappiamo che solo chi accetta di cadere in tale abisso, può trovare Dio.

“Un monaco chiese al maestro Haryo: “Cos’è la via?”

Rispose Haryo: “Un uomo che cade nel pozzo a occhi aperti.”

(storia zen)

Solo avendo perso la fede e la speranza, possono rinascere la Fede e la Speranza,etimologicamente intesa, quest’ultima, come “certezza di arrivare alla meta”.
Dio non lo si può trovare poichè è ovunque ed è l’unica cosa che esiste, quindi fintanto che lo cerchi, non puoi vedere che è ovunque,poichè lo cerchi sempre in un posto particolare o in un altrove.

Hanno detto: “Da ogni parte c’è la luce di Dio”.
Ma gridano gli uomini tutti :”Dov’è quella luce?”
L’ignaro guarda a ogni parte, a destra, a sinistra; ma dice una Voce:
Guarda soltanto, senza destra e sinistra!

(Rumi)

Se i vostri capi vi diranno, ‘Vedete, il Regno è nei cieli’, allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, ‘È nei mari’, allora i pesci vi precederanno. Invece, il Regno è dentro di voi e fuori di voi.
Quando vi conoscerete sarete riconosciuti, e comprenderete di essere figli del Padre vivente. Ma se non vi conoscerete, allora vivrete in miseria, e sarete la miseria stessa.

(Tommaso, 3)

Per questo, dice Yun Men, devi “cercare senza cercare”, ossia cercare senza aspettarti di trovare qualcosa.

La conoscenza di Dio non si può ottenere cercandola; tuttavia solo coloro che la cercano la trovano.

(Bayazid al-Bistami)

Chi non cerca è addormentato, chi cerca è un accattone.

(Yun Men)

La Speranza vera, dunque, non è la parodia di essa che noi conosciamo (sono in uno stato, e spero di entrare in un altro), ma è l’esatto opposto: “so di essere dove sono sempre stato, ossia presso Dio, in Dio.”
La certezza di arrivare alla meta è dunque la certezza che non c’è nessuna meta, poiché non esiste alcun viaggio, e non ci si è mai allontanati dalla meta.

Se non dovessi tornare
sappiate che non sono mai partito
il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

(Giorgio Caproni)

Una parabola Zen termina così:

Infine egli arrivò di fronte a un imponente castello, sulla cui facciata erano incise queste parole: «Io non appartengo a nessuno e a tutti. Prima di entrare, tu eri già qui. Quando te ne andrai, rimarrai qui».

Detto questo, il derby perso dal Toro allude alla morte-suicidio del Minotauro (di esso Borges fa dire a Teseo: “chi crederesti? Non si è quasi difeso” …l’ego non viene ucciso, ma si arrende sempre spontaneamente, si suicida, si lascia uccidere), ma anche al non avere più speranza nella città del Toro (Augusta Taurinorum), mentre la caduta del muro simboleggia la caduta del dualismo, della separazione.

Tanto è una descensus ad inferos che a Tino “non è rimasto più nulla” (come scrive Henry Miller: “non ho un lavoro, non ho soldi, non ho speranze. Sono l’uomo più felice del mondo”).
A parte un sibilo nella notte, un fischio (che nel finale del racconto ode anche il soggetto narrante): che non è solo allegoria del soffio di Dio presente in controluce in ogni cosa… è anche allusione al fischio che si ode quando (spesso di notte) si esce dal corpo e si sperimenta il cosidetto “viaggio astrale”.
Com’è ovvio, è irrilevante se questa allusione sia consapevole o meno.
Il sibilo è anche l’Om, il Verbo, la Parola di Dio, la vibrazione originaria che diede luogo al tutto, è che denuncia come ogni cosa non sia che Vuoto che vibra, e quindi illusione, virtualità, sogno.

“La cosa-misteriosa-venuta-da-un-altro-mondo”, ricorda un racconto di Lovecraft (The colour from outer space), in cui in un meteorite viene trovato una cosa di un colore “impossibile”, un colore “nuovo”, mai visto da nessuno.
Quindi dobbiamo assumere “outer” con radicalità: è esterno nel senso di “altro”, poiché Dio è “l’assolutamente Altro”, l’alterità più radicale, che ci ricorda che il mondo in realtà proviene da qualcosa che è “al di là del mondo”, al di là dell’Universo e dello spazio-tempo stesso, cioè da qualcosa che è immateriale, increato, eterno, mai nato e senza sostanza né qualità definitive, poiché le possiede tutte.
O come recita un detto indiano, “non dalla materia deriva la mente, bensì dalla mente deriva la materia” …è per questo che in Solaris, altro capolavoro tarkovskiano, troviamo un “mare magnum” che contiene in potenza tutte le cose, ed è con tutta evidenza una grande Mente cosmica,fluida e incessantemente in movimento, senza forma che contiene in potenza tutte le cose eppure non è nessuna cosa in particolare (e quindi è, in realtà, in perfetta quiete).

Il tasto “proibito” (la conoscenza di Dio, che non si può ottenere con la ragione) è segnato con la X, è il “senza-nome” e “senza-immagine” che è Dio.
Sulla porta d’ingresso è scritto “pericolo di morte”, poiché per vedere Dio l’Io deve morire, e il teschio è il “memento mori” che ce lo ricorda.

Tu non puoi vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo.

(Esodo 33,20)

Il bagliore che acceca Tino all’apertura della porta è la stessa luce che travolge Dante quando vede il volto di Dio e cerca di “misurarlo”, ossia di conoscerlo, identificarlo, cioè ricondurlo al già noto.
Ma la sua mente viene travolta, ed egli deve concludere “non erano da ciò le mie penne”.

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Questo significa che stiamo uscendo dal sistema,dalla Matrix, stiamo andando al di là “del velo di Maya”, stiamo squarciando il tessuto stesso della realtà, per vedere il suo fondamento.
Tanto che “Adesso non era nell’hard disk: lui era l’hard disk e il tempo gli apparteneva”.
Abbiamo fatto un balzo quantistico dalla creatura e della creazione,siamo arrivati al Creatore.

Potremmo anche dire che Tino non è solo l’hard disk, ma è al tempo stesso è il creatore dell’hard disk e il suo programmatore.
Questo ha evidenti analogie con lo stato di coscienza descritto da John Lilly come +- 48, ossia quello stato neutro in cui dispone del libero arbitrio e si può riprogrammare la propria macchina biologica:

https://www.altrogiornale.org/il-centro-del-ciclone-john-lilly-pioniere-dellesplorazione-dello-spazio-interiore/

Ad ogni modo, Tino non è più nel sogno, adesso sa di essere il Sognatore, cioè Dio.
La versione leonina di Federica è l’anima di Tino, è il leone verde degli alchimisti, la forza vitale che permea ogni cosa.
Ma non la si può toccare, poichè nessuno può possedere la propria anima nè Dio, può solo lasciarsi attraversare da essi.

Entro l’hortus conclusus della propria anima, nella rivelazione scaturita dalla morte iniziatica, Tino compie quella che viene chiamata “ricapitolazione della vita post-mortem” o psicostasia, pesatura dell’anima, giudizio dell’anima su stessa… rivedere la propria vita dall’esterno, cioè non essendo più attaccati a quel ruolo,a quel personaggio (Io), in cui eravamo erroneamente identificati in vita.
Questo permette di alleggerirsi, di rendere il proprio cuore più leggero di una piuma, di realizzare il Vuoto dentro di sé.
Non essendo più identificati nell’individualità, infatti, il peso del mondo si rivela come illusorio, e abbiamo “Sisifo felice” (Camus), Sisifo che sfugge alla sua eterna condanna:
È Atlante che si libera del peso del Mondo e lo scaglia via.

Dopodichè, quest’esperienza epifanica, di illuminazione, Tino non sa più dire se è avvenuta realmente o meno, poichè Dio l’eterno incodificabile, inconcepibile, inimmaginabile, non-razionalizzabile: anche se l’hai visto, di esso non puoi trattenere niente: “il mio Graal l’ho trovato e perduto cento volte”, Mariangela Gualtieri.
Tuttavia nella realtà troviamo le tracce di ciò che avevamo visto:

“Quel giorno il lavoro proseguì come al solito, senza particolari intoppi. Lo osservai mentre fissava il codice HTML che aveva davanti. Parentesi graffa che chiude parentesi quadra. Due punti e a capo. Una serie di numeri arabi determinava il colore, la spaziatura tra i caratteri e la dimensione del testo.”

Così come un gioco o un sito, non sono che virtualità creata da un codice binario, da un programma, così la realtà stessa, che appare così reale, non è che il prodotto di un codice, di qualcosa che è “altrove”, nell'”a-priori”.
È la Matrix, che non è reale, ma è solo il riflesso dell’Uno.
Questa Matrix è la Creazione, e così come gli induisti dicono che essa è “lila”, ossia gioco di Krishna, ossia gioco divino, così Dio gioca quando crea l’Universo, ma poi deve smettere di giocare, ossia deve ritornare in se stesso:

Pertanto il settimo giorno, Dio terminò l’opera che aveva fatto, e nel settimo giorno si riposò da tutta l’opera che aveva fatto.

(Genesi 2,2)

“Ogni tanto si divertiva a giocare con la punteggiatura. Così. Per. Puro. Diletto, giusto per passare il tempo prima che scattasse l’ora d’uscita. Poi, al momento di consegnare, rimetteva tutto in ordine.”

Giocare dunque si può e si deve, l’importante è che infine tutte le cose tornino all’Origine, e ci si ricordi che il gioco era un gioco.
Peccato mortale è prendere la Creazione sul serio (“it’s just a ride”, Bill Hicks), smarrire la consapevolezza che è essa è sogno (“l’universo è il sogno di Dio”, Yogananda).

Tino non riesce più a tornare nel luogo misterioso,perchè quel luogo è ovunque. Cercare di tornarci è esattamente ciò che impedisce di rendersi conto che è ovunque.

“Considerate unicamente l’Uno in tutte le cose; è il secondo che vi porta fuori strada.”

“Benares è a Oriente, la Mecca a Occidente; ma tu esplora il tuo cuore, perché là sono Rāma e Allāh. ”

“Il gusto di errare nell’oceano della vita senza morte mi ha liberato dal chiedere;
Come l’albero è nel seme, così tutti i mali sono in questo chiedere.”

(Kabir)

“Ci vuole il coraggio di mille uomini per guardare la verità, vedere quanto si è lontani da essa, e affrontarla. Devi bussare per cento anni alla porta di Dio per poi capire che la porta non è mai stata chiusa e che in realtà non è mai neppure esistita alcuna porta. Il silenzio è la lingua di Dio, tutto il resto sono cattive traduzioni.”

(Rumi)

Quanto Tino cerca di entrare nuovamente in quel regno incantato,trova soltanto uno stanzino illuminato a malapena da una lampadina gialla che penzola.
Cercava Dio e che cosa trova? L’assolutamente ordinario.
Questa scena è la più allucinante,e mi ricorda un paio di film.
In Il seme della follia, il protagonista esce da un regno onirico popolato di visioni e incubi fecondi, e si trova in un crocicchio (allusione al mito di Edipo?), in un incrocio di strade deserte, nella più anonima campagna americana. Il “regno magico” era tutto lì, nella sua mente, in realtà lui non si era mai mosso.

Ancor più attinente, in Rosemary’s baby, il doppiofondo di uno sbaguzzino rileva stanze segrete, in cui si consumano riti misterici di accoppiamento con il demonio (ossia delle morti iniziatiche) …ma quando la protagonista torna nello sgabuzzino e cerca la porta segreta… c’è solo solo lo sgabuzzino. Nessun doppiofondo.
Quella è la scena più allucinante del film… poichè la realtà non ha doppiofondo, Tutto è Uno, la “realtà” è solo nella mente.
All’esterno non esiste nulla, l’esterno è sogno, finzione, illusione.
Tutto ciò che cerchiamo altrove è dentro di noi.

Tino non può più trovare l’accesso… perché l’accesso è ovunque, è dentro di lui.
Ma fintantoché lo cerca al di fuori, non se ne può rendere conto.

Conclusione: anche il narratore trova l’accesso.
Vede sua moglie morta (Orfeo e Euridice) che però è irraggiungibile, infatti non lo guarda nemmeno.
La moglie tiene in mano una clessidra.
Si “è svegliata dall’altra parte del tempo”, come dice Sun Ra, è presso Aion che è l’eternità sottesa al tempo, l’altro lato di Cronos.
È presso Dio, “colui che è”, ed è quindi al di là dello spazio del tempo.

Il narratore non ha il coraggio di entrare. Perché se entra e vede Dio, il suo Io muore.
Tuttavia dice della moglie una cosa molto significativa:

“Non guardava me: guardava il vuoto, io ero il buio, la pioggia scendeva.”

E qui mi taccio, che il simbolo parla da solo.

Nel finale (SPOILER), capiamo che la registrazione vocale del narratore è in realtà il vocale di qualcun altro.
Questo significa che abbiamo la classica “storia dentro la storia”, siamo in presenza di una meta-narrazione.
Ogni meta-narrazione non è che la metafora della meta-narrazione suprema, ossia della Creazione.
Per noi il mondo è solo il mondo,invece ad un livello di conoscenza superiore sappiamo che la Creazione è il sogno di Dio, la narrazione di Dio.

Non comprendendo la realtà meta-testuale del Mondo, noi crediamo di essere ciò che siamo (ll nostro Io), e non ci rendiamo conto di essere il personaggio di una “storia”. Se noi sapessimo questo, ci renderemmo conto che non siamo il nostro Io, e capiremmo che possiamo scollarci dal personaggio per andare “dietro le quinte” e vedere chi veramente siamo (il Sé).
Ovviamente, le orbite della maschera dell’attore (mi riferisco alla nascita del teatro, alla tragedia greca) sono vuote, per cui dietro non c’è nessuno, c’è il Vuoto, il senza-forma (Dio).

Di esempi di meta-narrazione è piena l’arte, basti ricordare Calderon della Barca, il Pasolini di Che cosa sono le nuvole, lo Shakespeare di “siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”, Borges, il sogno della farfalla di Chang Tzu, ecc. e chi più ne ha più ne metta, nel cinema gli esempi sarebbero innumerevoli.
Ma i più antichi testi meta-testuali sono proprio i libri sacri come la Bibbia, il Popol Vuh, i Veda, insomma tutti quei testi che ci ricordano che la Creazione è la narrazione di Dio.

Successivamente a questa rilevazione narrativa (io sono solo il sogno di qualcun altro) abbiamo un finale ancora più inquietante e sibillino.
Il narratore viene introdotto in una stanza in cui una liberatoria già firmata è sul tavolo.
Questo ricorda Kafka: non c’è scampo. O si torna a Dio o si torna a Dio, anche se col nostro ego cerchiamo continuamente di allontanarcene e di “essere qualcuno”.
Non esiste libertà, poiché la libertà suprema è fiat voluntas tua …libertà è essere tutt’uno con Dio, nella negazione di Dio assaporiamo una libertà che invece è puramente illusoria.
“Non si sfugge alla macchina” diceva Deleuze, ma quella macchina che ci schiaccia è Dio stesso.
Per questo Borges dice: “Il tempo è un fiume che mi trascina, ma sono io quel fiume; è una tigre che mi divora, ma sono io quella tigre; è un fuoco che mi consuma, ma sono io quel fuoco.”

Nell’Uno non c’è libertà perchè non vi sono alternative, e quando l’uomo è libero vede che Tutto è Uno.
Quindi Dio è un energumeno che entra dalla porta e mi costringe a firmare una liberatoria già firmata, ma io sono quell’energumeno, e io sono anche la liberatoria, e la stanza in cui tutto avviene.
La risoluzione finale avviene sempre in una stanza o in un luogo chiuso ( si veda l’incredibile finale di 2001 Odissea nello spazio), poiché quest’ultimo è l’hortus conclusus, che dimostra che tutto è contenuto nella psiche, nella mente di Dio che è la nostra stessa mente.

Così abbiamo un paradosso, nel conquistare la libertà suprema, il libero arbitrio, nell’essere Dio, ci rendiamo conto che non esiste libertà, poiché esiste solo l’Uno.
Che però a sua volte è realmente la libertà suprema, in quanto è l’Infinito, e può generare tutte le cose… ma non può generare il Due, se non come virtualità, come specchio illusorio, perché non può mai contravvenire al fatto che Tutto è Uno.
Ci troviamo quindi di fronte al Mistero ultimo… Se svelassimo questo (ma non lo si può fare con la ragione) , allora potremmo anche dire che cos’è Dio.
Ma questo, per l’appunto, non si può dire.

Quando Tino scrive in codice HTML, e tutto il mondo virtuale generato dal codice è racchiuso nella parentesi quadra che a sua volta è racchiusa dalla parentesi graffa,egli stà dicendo quel che dice Totò in Che cosa sono le nuvole : “noi siamo in un sogno dentro un altro sogno.”
Infatti noi siamo dentro l’Universo che è il sogno di Dio, e dentro questo sogno sognamo la nostra vita individuale,ossia il sogno del nostro Io.
Se ci destiamo dal sogno ci rendiamo conto che l’Io non è reale, che è solo il racconto del nostro Sé, e che quel Sé vive in una “realtà” che è solo il racconto di Dio.
Noi non siamo il sogno, siamo il Sognatore.

Il tempo è la trama / ineguale dei sogni che noi siamo / e che il segreto Sognatore sperde.

(Borges, Rubaiyat)

Un’ultima annotazione: quando dico che il Toro che perde il derby nel racconto è la morte del Minoaturo, occorre chiarire che quest’ultima è solo la metafora della morte dell’animale interiore, che vediamo esemplificata in molti riti, per esempio nei riti dionisiaci e nella celebrazione della Pasqua come resurrezione di Cristo.

l’Agnus Dei è infatti l’agnello sacrificale che si arrende spontaneamente al volere di Dio, e accetta il suo sacrificio.
Qualunque mistico sente prima o poi quella voce interiore che gli dice “l’animale dentro di te deve morire”.
L’animale interno è quella parte illusoria di noi (non ha reale sostanza, come l’ego e gli aggregati psicologici) che si atttacca con le unghie e con i denti alla vita, e non vuol morire.
Se nell’animale è solo un naturale istinto di sopravvivenza fisica, nell’uomo l’animale interiore fa di tutto per tenere in vita l’illusorio misero Io al quale l’individuo è attaccato.
Ma se mi attacco all’Io, mi attacco all’illusione, al dualismo, e quindi non posso vedere Dio che è il mio vero Io, la mia vera natura.
Secondo Nietzsche l’uomo è “una corda tesa sull’abisso, una corda annodata fra l’animale e il superuomo.”
Appare dunque evidente che per raggiungere il superuomo, o meglio, l’Oltreuomo (colui che ha superato se stesso) l’animale deve perire.

Qui giungiamo al Puer Aeternus, a colui che rimane inerte di fronte ai suoi nemici.
Dice infatti Jung di quest’archetipo che il fanciullo è inerme e invulnerabile al tempo stesso.
Gettandosi in balia dei suoi nemici,esso realizza infatti la propria natura di coscienza divina e senza forma,che non può essere offesa,scalfita o uccisa da alcunchè,poichè è eterna,increata e mai nata, come Dio stesso.

Quindi Teseo che decapita il Minotauro in realtà non stà facendo altro che recidere la propria identificazione con l’animale interiore, con il proprio Io.
Non meno significativo il fatto che Augusta Taurinorum (nella quale è ambientato il racconto) è spesso indicata come città esoterica, città dalle “energie oscure”.
Sono oscure perché appunto bisogna entrare nel labirinto e uccidere la Bestia.
Ma siccome “chi ha intendimento conti il numero della Bestia poiché è il numero dell’uomo, e il suo numero è 666” (Apocalisse di Giovanni 13,16) , la Bestia siamo noi, e la Bestia che deve essere uccisa è l’uomo stesso, il suo Io, il suo essere individuale.
Solo allora l’uomo può morire e rinascere come angelo, come Dio.

Poichè siamo la Bestia, ma soprattutto siamo Ciò-che-è-oltre-la Bestia.
Infatti la Bestia, il Drago, il Serpente, altro non sono che l’energia universale.
E Dio è colui che le ha dato origine.
Noi non siamo dunque in definitiva la Bestia, siamo colui che cavalca la Bestia, colui che può servirsi dell’energia universale per i suoi scopi.
Da cui il detto “cavalcare la tigre” o “cavalcare il Drago”.
O “prendere il toro per le corna”.

Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta.

T. S. Eliot

Sandro Lanzafame

Diserzione

Non c’è diserzione nel crudo paesaggio
di corpi arrostiti sul bagnasciuga
nel giro di boa alla prua dello scafo,
buio scafandro con cuore di uomo.

L’umanità trabocca: il palombaro,
stagliatosi all’orizzonte, presenta
sul casco il riflesso ramato del cielo:
presagio di giorni migliori a venire.

E in certe sere i tuoi gemiti tacciono
mentre – gioioso – deflagro l’imene
al pensiero del prossimo giorno
e le nostre pelli sudate arrossiscono.

Aggiungo, pensoso, che non c’è lingua
del mondo che non si faccia, poi,
sentimento, canale preferenziale
glicemico nell’aorta rigonfia di bile.

Chiamiamolo con il suo nome:
chiamiamolo stupro, chiamiamola
ustione o “sete di prevaricazione”
oppure esautoriamolo: chiamiamola

pancia, sanguigno amor patrio,
caratteristica della nazione, padre
amorevole, sorriso di madre, divino;
chiamiamolo dio, che vede e provvede,

malsana voglia di non progredire,
ché l’eccesso di mutazione provoca
crisi d’identità e intossicazione alimentare;
torniamo ad essere, oh italianissimi,

schifosamente noi stessi.

Ballano i cani

Tre anni fa, dopo essermi laureato, feci questo viaggio con Nicolò e Filippo, durante il quale capimmo molte cose su noi stessi e forse qualcosa del mondo, alla ricerca di altri modi di vivere e altri mondi possibili. Partiti da Lubiana, attraversammo la Slovenia, la Croazia, la Bulgaria e poi giù fino in Turchia e Grecia. A Salonicco, nel work-a-way dove lavoravamo, conoscemmo Antonis, Michela e altre persone straordinarie.
Erano tempi in cui il partito greco di estrema destra Λαϊκός Σύνδεσμος (“Alba Dorata”) cresceva nei sondaggi, e al referendum aveva appena vinto il fronte dell’OXI (“NO”) per uscire dall’eurozona. In quei giorni Atene, auto-gestita per lo più dagli anarchici, era attraversata da continue manifestazioni e da un’incontenibile irrequietezza.
Quasi alla fine del nostro percorso, a Istanbul, pochi giorni dopo l’anniversario delle proteste a Gezi Park (28 maggio 2013), successe una cosa terribile: persi il mio taccuino a bordo di un taxi, che malgrado i miei sforzi e lettere ad amici e conoscenti, non fu mai ritrovato.
Questo è il frutto di due anni di riscritture, rielaborazioni, sforzi mnemonici e ipnosi. Ora potete ascoltarlo nella sua compiutezza grazie al sapiente mixaggio di Davide Bava, che ringrazio.
Forse riprenderlo oggi, giorno in cui la #Turchia ha scelto di ridare fiducia al governo #Erdoğan, può servire a riflettere su quanto sangue debba essere versato e su quale sia il prezzo da pagare per ottenere un consenso così ampio, in Italia e negli altri paesi del Mediterraneo.

Buon ascolto e buon viaggio.

Grand’HotelCinqueStelle

Quando penso

a questa italica penisola

mai unificata, sfruttata, violentata e accusata d’indolenza,

come il toro drogato nell’arena che viene tacciato di violenza

e urla nei suoi dialetti lo scippo dal marciapiede,

mentre il poeta trascendentale si guarda l’ombelico-Universo

e ha fatto un sogno con Freud al guinzaglio del padre

– al bar ne ha parlato con tutti – dovevi vederlo,

mentre dava a tutti del negro-frocio-comunista del komintern,

“Maestro, sono forse io?” chiese Alberto, sentendosi chiamare

per nome, giudaico escariota escoriato dalle strette maglie del censimento,

quando Amir affogava nel risentimento del Canale delle coscienze sporche

in via Carlo Giuliani, ragazzo, via Gaetano Bresci, assassino di idee,

“Sei stato tu, bastardo, tu lo hai ammazzato con la tua pietra!”

e subito dopo, fuggevole di memoria, l’elegante calzatura

tornava ad occuparsi dell’estate, dei mondiali, del gioco delle carte

ai tavolini esterni di una bocciofila di Pescara per vecchi eroinomani,

mentre il giovane seguitava a leggere le storie di Atlantide

e la ragazza al suo fianco si scattava un altro selfie

da mandarmi sull’account secondario della pagina a quota 1655 like

e un ragazzo di sinistra guardava radicale le vetrine chic in centro,

esprimendo il suo dissenso con la testa ciondolante come la zampa del gatto

nel ristorante All You Can Eat dove a pranzo mangi con lo sconto

e un ragazzino alla maturità scriveva un tema su Aldo Moro

elogiando la duttilità e la facile pieghevolezza dello statista

nel bagagliaio della Uno bianca dove fu ritrovato anche il corpo

della moglie dell’operaio metalmeccanico, seconda tavola, che cosa vede?

“Un mazzo di Fiori. Fanfani. Cossiga. Salvini.”

Voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio,

coi pianoforti a tracolla travestiti da Beppe Grillo,

voi che avete cantato per i suprematisti lombardi e per i leghisti,

per l’Amazzonia e per la pecunia, nei palastilisti e dai padri Maristi,

voi avevate voci potenti, lingue allenate a battere il tamburo,

voi avevate voci potenti, adatte per il vaffanculo

e dopo tutto questo, penso che ogni volta

che me ne devo andare, è uno schiaffo al cuore,

quindi tornerò presto quaggiù, dove non ci vogliono,

nel Grand’HotelCinqueStelle a gestione familiare,

ottimo prezzo, mura solide, luminoso, sbarre in acciaio, vista mare.

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Religione

In alto la vidi alle mie spalle:
aveva paura del Sole
e un canto di natale
– sempre uguale –
da una musicassetta
di suo padre, in automobile,
l’accompagnava, insieme
ai versi di Sandro Penna.
Camminava in penombra,
per proteggersi dal tumore.

Mai più amori funesti,
mai più eterni istanti,
mai più ideali o passioni
che inseguano antichi
princîpi e tradimenti,
finché non cesseranno
di esistere nel mondo;
non numeri primi ma calcoli
nelle nostre elegie,
equazioni ed elementi;
mai più tramonti soporiferi
ma solo albe apocalittiche
nei nostri pigri componimenti.
Guarderemo all’oceano
come il fisico-matematico
e mirando al cielo
ne faremo ecosistema.

E sì sapremo ripercorrere
l’obliata nostalgia
d’avere avuto una religione.

 

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