Anestesia Totale – Reading spettacolare con corpi viventi

 

locandina anestesia totale garabato web.jpgAlzati!
Riproduciti!
Consuma!
Corri sul posto!
Vai avanti!
Sollevamento pesi!
1, 2, 3, 4!
1, 2, 3, 4!
Piegati!
Flessioni!
1, 2, 3, 4!
Non fermarti!
Alzati!
Corri sul posto!
Rinforza i bicipiti!
1, 2, 3, 4!
Ancora una volta!
1, 2, 3, 4!
La senti l’adrenalina?
La senti l’adrenalina?
Godere senza limiti!
Godere senza limiti!
Godere senza limiti!

 

L’11 maggio è andato in scena il mio primo reading di poesie al Teatro Garabato o Piccolo Piccolo, Anestesia Totale. È uno spettacolo che vede il corpo di Sandro Sandri e le musiche di Fabio Jolana accompagnare alcuni miei testi sul tema del porno nelle relazioni, con la regia di Charlie Nan.

“Anche il porno attuale, in quanto categoria colpita dalla crisi, si riduce a gesto meccanico, corpi traslucidi che compiono una performance perfetta senza scopo di liberazione, sterile categorizzazione nelle varie strutture della masturbazione coatta. Quale ruolo può avere la poesia e nello specifico la poesia in scena in questa disgregazione di senso?”

Trovate il link del video della serata realizzato da Carlo Molinaro, qui.

Per chi fosse interessato, il 19 maggio replichiamo a HERE 2018, all’interno dello spazio Latenza gestito da Alessio Alonne e Eduardo Bello, alle ore 21:00. Ci vediamo lì.

Non è questo il tempo

Così, quando l’ultima sigaretta
è accesa
e la luce della lampada separa
nettamente
il pulviscolo dall’ombra,
così io mi sento: colpevole
di un’esistenza muta,
silente di fronte all’ingiustizia
compiaciuta, se ancora è questo
il termine, della propria
finitezza – perciò mi rifiuto,
perciò mi scopro
addirittura ridicolo o superbo
nel mio modo di non guardare
il mondo, ch’io non riesco
– nessuno potrebbe –
a ridefinire “grande”
o meritevole di progresso.
La mediocrità, la stessa
che, indebita, mi uccide
ci salva la vita, assicura
le macchine e tira le cinghie.
Ciò che va fatto,  quando
e dove? La riprova del sospeso,
in un tutt’uno sopra l’unico,
autentico dovere. Spazzare via,
spezzare la catena dell’istinto
padronale, questo solo
occorrerebbe, ora.
Ma non è questo il tempo:
dormi, riposa.
Tornerà loro il disgusto
verso la propria bandiera.
Capiranno, ancora,
che non v’è nessuno sull’altare.
La mina salterà
sotto la loro prole.
Di nuovo capiranno, esasperati,
che qui si lotta o si muore
e che il mostro va sconfitto
per esistere, creare.
E non è questo il tempo,
credimi, neanche
degli dèi: si sono stancati
financo di comandare.
No, semmai
questo è il tempo
dei troppo dominati per dispetto,
dei fuor di comodo
e dei piedi di piombo;
nessuno rischia, nessuno vuole,
poiché il destino ha spalle larghe
e un cuore grande da succhiare.
Non siamo all’altezza, noi.
Non attendiamo nessuna risposta:
nichilisti per esclusione,
questa è la casa, la terra e il sangue.

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Lotta infinita

A un referendum per l’indipendenza catalana
somiglia il mio amore.
“Io sarò libero e indipendente”, dice sempre.
Allora perché, quando la vedo,
mi tremano ancora le gambe?

A un referendum per l’indipendenza catalana
somiglia il mio amore.
“Non avrai altro amore all’infuori di questo”,
dice a sé stesso,
“non avrai un altro amore più grande del mio”.

Eppure è osteggiato, incostituzionale,
impedito, ha il volto insanguinato
e due o tre dita rotte, però resiste
nel 93% degli aventi diritto

ed è terribile, ed è atroce, è una lotta infinita,
ed è tutta la mia vita, che non si esaurisce,
mai

(spoken word e montaggio: Ivo De Palma)

DELL’IMMATERIALE

1. Il vuoto e il pieno. I vostri corpi qui oggi si stanno opponendo alla sordida legge dell’Universo che vuole che tutto sia statico, prevedibile contenitore di nulla; noi siamo l’eccezione, la particella esplosa, la molecola in divenire, la vita. Questo magnifico capovolgimento di eventi s’interpone tra il vuoto di questa stanza e la vostra sola presenza.
Cosa vorrebbero significare altrimenti i cinema, i teatri e le sale da ballo novecentesche, se non varianti di questa legge antica come la fisica?
Quando occupiamo uno spazio lo riempiamo, ci immergiamo in esso e ne consumiamo l’aria; trasmettendo alle pareti la nostra energia, lo rubiamo al silenzio. Destrutturandolo e ricomponendolo, ne assicuriamo il ricambio.
Ma c’è più di questo, ed è ciò che intendevano i noveaux realiste quando, nel loro manifesto, scrissero a proposito di “identità collettiva” e “nuove percezioni del reale”: prendere l’arte e portarla al suo linguaggio essenziale, originario. Allora l’oggetto in questione non sarà più pittorico o scultoreo, frutto di un’installazione o di un assemblaggio, ma la nostra stessa vita[1].
Quest’approccio all’esistenza come atto creativo, sublimazione della realtà a scelta estetica e controllo delle parti che la compongono, conduce a due vie diametralmente opposte: da un lato abbiamo il concettualismo radicalizzante di Klein [1] – pittore “immateriale” per eccellenza – dall’altro arriviamo all’eccesso, al sovraccarico di elementi di Arman [2] – il quale, al contrario, lavorava sull’accumulo.

Per raggiungere il risultato utile a ciò che intendo esprimere, però, sposteremo l’attenzione da questi due estremi a un piano differente.

2. Cellophane, impacchettare tutto. Nostro obiettivo primario è aggiungere una riflessione alla nostra condizione attuale di corpi occupanti, per divenire menti, vasi comunicanti fra loro. Quale stratagemma migliore che rappresentare la transizione da vuoto a pieno, da concetto a oggetto?
Per farlo ci serviremo del cellophane – magari lo stesso che vostra nonna utilizzava per conservare il suo salottino borghese – materiale che rimanda alla messa in pausa, al declinante scorrere del tempo, ma anche, d’altro canto, alla protezione di qualcosa che sta per essere rinnovata, in un luogo che sta per diventare altro da sé, magari attraverso una mano di vernice.

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3. Il respiro collettivo, poesia comunicativa. Quanti di voi potranno dire di essere venuti qui stasera per ascoltare una poesia? Ebbene, non avverrà niente del genere. Scommetto che molti tra i presenti hanno scritto qualcosa durante la propria vita, se non valido per la critica letteraria, quantomeno bello da un punto di vista estetico. Questo fa di voi dei veicoli di bellezza. Come scrisse Isidore Ducasse, conte di Lautréamont: «La poesia dev’esser fatta da tutti. Non da uno».
Vado ora a descrivere le parti che compongono la performance: i vostri corpi sono in fibrillazione, accompagnati dal naturale disagio suscitato da qualsiasi esperienza extra-quotidiana; siete avvolti da una coltre di nebbia che rende impossibile distinguere il viso del vostro vicino; i nostri microfoni e i nostri ripetitori renderanno percepibile ogni sibilo, ogni respiro, ogni colpo di tosse. A partire da questo momento, ogni vostra parola sarà udibile da tutti contemporaneamente.
Il nostro musicista vi accompagnerà in un crescendo di musica elettronica. Alla fine non vi resterà che chiudere gli occhi e godervi lo spettacolo.


[1] Così Klein nel 1959: “La pittura contemporanea per me non si riferisce più all’occhio, ma all’unica cosa in noi che non ci appartiene: la nostra vita”.

Performance a cura di Davide Galipò, Sebastian Recupero, BEANK Project
Musica di Onan
Fotografie di Cristiana Piraino
Voci di: Sebastian Recupero, Francesco Natoli, Paola Pagliano, Maria Catena Lassarà, Chiara Fratantonio, Pietro Avola, Stefania Albertini, Milena Bari, Roberta Ioppolo, Franco Castiglione, Nunziella Accetta, Vincenzo Gaglio, Maria Scalisi, Caterina Stancanelli, Simona Bonsignore, Alessandro Coviello, Giuseppe Consolo, Rosamaria Natoli, Giulia Conoscenti, Caterina Romana, Antonella D’Amico, Maria Concetta Abramo, Roberta Di Bartola, Stefania Faranda, Simone Corso, Enza Stroscio, Milena Sidoti, Benedetta Aiello, Annamaria Giunta, Rosita Coppolino, Claudio Golino, Laura Giuttari, Martina Galipò, Roberto Gammeri
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Lettera dai posteri

Di loro si dirà:
scrivevano molto,
parlavano
poco – a volte
insultandosi, per

[scoprire chi l’aveva più lungo

[il sapere]:

dell’epoca diranno

[se ci sarà chi dirà, ancora]

: “erano tempi bui”,

“nessuno aspettava l’aurora”,

[e per fortuna]

“serviva un cambio di rotta”,

“qualcuno che mettesse
tutti e tutte al loro posto”

[da appendere, poi, insieme al crocefisso,

in piazzale Loreto

col papa e la regina].

Di loro si dirà: erano “per”

erano “contro”

– erano rimasti a guardare –

avevano dissentito.

Dell’epoca diranno:

tutti davano a tutti

appuntamenti

[li chiamavano – eventi]

ma poi nessuno

partecipava davvero

[se non a livello nominale]

un blando interesse

velato d’amici immaginari.

Di loro si dirà:

“erano pazzi” e – forse –
“erano soli”.

Mettevan gli ‘a capo’

ne’ discorsi

e nei loro culi, cazzi

andati a capo, ancora

[credevan di poetare].

Nessuno lavorava,

ma avevano tutti

un posto in cui dormire;

il capitalismo era finito

e pur di non ammetter la

[sconfitta

lo si manteneva in piedi

lo si foraggiava col sudore

– non veniva pagato nessuno, davvero –

nessuno rischiava davvero la fame

– ogni tanto qualcuno se ne andava,

a guardare la luna

dall’altro lato del fiume –

fingendo di deriderci

ma in realtà invidiando

i nostri corpi giovani

ancora capaci

di affrontare la piena,

mentre loro,

contorcendosi,

affogavano.

“Mandateci una barca!”,

urlavano

e noi, dall’altra parte,

guardavamo

per nulla preoccupati

cantavamo:

“abbiamo solo braccia”

“abbiamo solo bocche”

“abbiamo solo gambe

e camminiamo”.

Il giorno dopo

fummo presi da ulcerante

commozione al pensiero

di essere rimasti soli

e che eravamo noi,

gl’eredi: adesso toccava

a noi

ricucire

gli

strappi

nel

cielo.

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Immagine dalla performance di Salinika al Teatro Garabato