Fumare allunga la vita (poesia materialista)

tu potrai anche lasciarmi,
d’accordo,
ma almeno avrò sempre
con me il mio accendino:

lui non m’abbandona
per qualche cretino,
che vorrebbe intascarselo
in un battito di ciglia

ed io, allo stesso modo
– se di fumar ho voglia –
mai e poi mai lo lascerei,
per un fuoco di paglia

tante ormai
sono le volte in cui
mi salvò da morte certa
(fisica o sociale)

che adesso
– ve lo confesso, a rischio
di risultar venale –
non posso farne a meno

come quella volta
che, ebbro, guidai
a fari spenti nella notte,
venendo contromano

e un pullman carico
di ultrasessantenni
stava per uccidermi,
prendendomi in pieno

incuranti della mia
infausta presenza,
m’avrebbero raccolto
sul selciato, spiaccicato

il fatto fu che videro
me, da dentro l’abitacolo
che m’accendevo
un’innocua sigaretta

(videro la fiammella)

a questo punto voi
potreste anche pensare
che in realtà i periti medici
siano delle gran cazzate,

ché il mondo in cui viviamo
è tutto sbagliato,
mentre sui pacchetti
di tabacco e sigarette

andrebbe scritto
che sì,
in certi strani casi
fumare allunga la vita

io non arrivo a tanto,
però vi posso dire
che se m’interrogassero
potrei testimoniare

ma più d’ogni altra cosa,
l’accendino rimane
un ottimo espediente
di socializzazione

così, la prossima volta
che due labbra schiuse
vi chiederanno, femminee
se avete da accenderle

non preoccupatevi
d’averlo giallo, rosso o nero:
maneggiatelo con cura
e fatelo scattare

e vedrete, allora,
se non ho ragione:
che in certi strani casi,
in cui la vita ti colpisce

e il mondo sembra voltarsi
sempre dall’altra parte,
ciò che importa è il fuoco,
non il colore

Quando le donne sorridono

quando muovi le labbra
e mi parli
tutto sembra fermo:
la luce illumina le case
nell’angolazione giusta

gli sguardi della gente
diventano benevoli,
soltanto immaginando
quale miracolo terreno
gli sia passato accanto

e se per caso ridi,
pestilenze, fame, guerre,
carestie, morte, crisi,
avvisi di garanzia
e bollette da pagare

far la spesa all’inCoop
la domenica mattina,
povertà diffusa,
disoccupazione, sgomberi
e democrazia cristiana:

tutto questo scompare
e gli occhi, le labbra,
il cielo e il tuo vestito
battono lo stesso tempo
all’unisono

Painless with a great closeness

un giorno capitò, quasi per caso:
un fotografo fotografò una fotografa,
poi si scambiarono gli scatti,
così, tanto per fare impressione

presero le rispettive misure e
– superata la diffidenza iniziale –
s’innamorarono,
come i bambini che erano

presto capirono che il tempo
non lo puoi controllare
e che la luce dipende solo
dalla persona con cui la guardi

partirono entrambi per un luogo
in cui le apparenze non contavano,
al di là del visibile,
al di là delle culture

capirono che amare
non significa necessariamente
avere un obiettivo comune, anzi:
nulla era parso più simile al vivere

senza preconcetti, senza pretese;
dal canto loro, era come perdersi:
perdere tempo, perderlo insieme,
non fare niente

(da leggere preferibilmente con: alt-j, Taro)

Come un cieco in un oceano di rumore

– immagina di essere cieca
– intendi dire della Repubblica Ceca?

– no, cieca tipo che non vedi
– ah

– e di essere ad una festa, in cui tutti parlano ad alta voce
– ci sto pensando

– ora però devi chiudere gl’occhi
– perché?

– così t’immedesimi meglio
– d’accordo, li ho chiusi

– ecco, in quell’oceano di rumore senti che manca qualcosa
– sì, sono da sola con gli occhi chiusi ad una festa e nessuno mi offre da bere

– cretina
– non è bello insultare un’handicappato, specie se donna

– hai ragione, domando scusa
– insomma, dicevi?

– io sono lì, davanti a te, e ti sto guardando, ma non dico nulla
– e come faccio a trovarti?

– appunto: tu mi trovi perché sono l’unico in silenzio
– ma come, se non ti vedo?

– troveresti il modo
– tu sei pazzo

– adesso puoi aprirli
– oh

– che c’è?
– niente

– sei sbalordita dalla mia bellezza interiore?
– no

– allora cosa?
– è che pensavo che dovrei essere veramente cieca, per uscire con te