Nottetempo

sorteggio vini scadenti
dalla carta del dimenticatoio
e ti aspetto da solo, nel vento
ma tu non arrivi
ed ecco che sento
l’ansia scorrermi dentro
distillata dal pessimo alcol
ed ecco che perdo
del tuo viso il contorno
dei tuoi capelli l’acconciatura
ma son solo minuti, non giorni
che ti aspetto da solo, nel vento
incrocio sguardi come ricordi
cantautori scriventi dell’Etna
e dei suoi litigiosi trascorsi
ma non posso dormirti addosso
se non sono un bravo ragazzo
tua madre dissentirebbe
tuo padre si assenterebbe
che fai domani?
ma sei lontana, non mi chiami
mentre ti scorro sotto gl’occhi
sono lacrime d’asfalto
che brucio in autostrada
mentre il cielo s’irradia
d’una luce abbagliante
che impressiona la pellicola
di ciò che mi diverte
ed io vado a cent’allora
(è l’afflato della morte)
anche da cieco, per tornare
e poterti richiamare
quale condanna
in queste notti amare, amare

Stay with me

stay with me:
fingiamoci tristi,
fingiamoci i soli,
la virtualizzazione
dei sentimenti,
la standardizzazione
delle opinioni,
la perdita dell’oggetto,
l’acquisizione
di un io corale;
lo scaricamento
dello scoramento
(in download gratuito),
la rassegnazione;
stay with me:
fingiamoci felici,
fingiamoci erranti,
impauriti, insicuri;
una relazione ufficiale
da più di un anno,
l’impegno a distanza,
l’andare “a letto alle”
– sarai il mio software,
sarò il tuo hardware –
ma non te la prendere,
se non ho mai tempo
per vederci, per toccarci
e non insistere
col mostro antico
della ricerca di senso;
il nostro stanco esistere,
il nostro non essere
mai spenti, mai accesi:
attendiamo, eterni,
in stand-by perenne,
contenitori vuoti
da riempire a forza
di link, di clic, di cookie
but stay with me:
procediamo, inerti,
a infilarci profilattici profili
e cibarci di polistirolo ludico,
voraci di catrame;
anche se, guardando oltre
i miei cinque-sei pollici,
mi sono accorto
d’avere ancora fame

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Appunti sulla crisi, la guerra, il dolore

Arriverà il giorno in cui tutto questo sarà stato solo una brutta pagina di letteratura.
Andremo al parcheggio a prendere la macchina e capiremo che è finita. Finita la crisi, finita la guerra, finito il dolore; finite le nostre lamentele sulla crisi, la guerra, il dolore.
Andremo a piedi fino al parco e lì ci abbracceremo, fino a domani. Non avremo bisogno di aggiungere nulla.
Una lacrima salata scenderà fino alle tue labbra: sarà la nostra rima baciata.
E non dovremo andarcene per essere felici. I progetti che abbiamo accumulato potremo realizzarli qui, ora. E anche gli altri ci daranno una mano, perché tutti cominceranno a star meglio.
Metteremo dell’ottima musica e ci sarà un sacco di gente.

E anche se ci sveglieremo troppo presto, sarà stato bello sentirselo dire.

In altre parole

inoltro parole,
parole che poi
– per un gioco
d’acute mancanze –
rassicurano esistenze
deboli e rinchiuse,
perciò mi vergogno:
lo scellerato uso
che ne faccio
implica la mia
libertaria sintassi,
l’opporsi dei sessi,
l’odore della nostra
sperimentazione:
l’eclissi di senso;
il piccolo chimico
fa salti di gioia:
si sente già dio,
ma è un elemento;
ora, persino
il ritmo rallento,
allittero coppie
di versi diversi
e arresto il declino;
soddisfatto,
della tua amara prole?
intinta di dolore,
color blu di Prussia,
tendente all’oscuro;
andando, t’assicuro,
s’ imparano altre lingue,
ma per morire
e poi rinascere
non devi ritornare:
prosegui, vai,
non ti voltare,
potrebb’esserti fatale;
e quando passerai
davanti al mio cadavere
o a quello di tuo padre,
ricorda:
in altre parole
era meglio dormire