La stagione

t’ho vista sbiancare
ogni qualvolta incrociavi
il vento freddo
del mio sguardo:

raggelandoti cadevi,
v o r t i c o s a  mente,
desiderosa
di toccare il fondo

nessuno ti aspettava:
l’umanità, se possibile,
ha sempre teso a ripudiarti,
girando a largo

c’è però una relazione
fra te e le intemperie,
che tutto raffredda
ma dentro riscalda

che tutto giudica
ma niente conosce:
essa non può durare
oltre l’umana natura

due/tre anni almeno
nove/dieci al massimo
e nulla più
(il resto è assuefazione)

ché il cuor, di norma,
non si conserva:
ha un soffice ripieno,
ma l’involucro è di zinco

(e al microonde non si scalda)

ricordo quando ti ho detto:
“sei ghiaccio secco”,
mentre nell’aria
ti dissolvevi, incerta

lasciando quell’odore
ambrato nell’aroma,
presagio d’una piéce
dal fascino indiscreto:

“signori e signorine,
spellatevi le mani
e aggrappatevi alle sedie,
questo numero vi farà morire!”

t’ho vista scioglierti
come noce di burro,
voglia di coccole
e cose buone

mentre fuori
il cielo era bianco
e ci svegliavamo
per la colazione

niente m’era parso
– di quelle bugie
senza fine né scopo –
più fragile e perfetto

ché chi si lascia ingannare
(sapendo d’esser ingannato)
è più saggio di chi non lo fa
(per la paura d’esser ferito)

m’hai visto affondare,
come maestoso galeone,
l’emozione che provavo
allora, non sapevo definire:

un pugno nello stomaco,
un graffio a solcare il viso,
un morso a fendere il cranio
e bile nelle vene

ora l’acqua scorre,
sotto le strade e giù
dalle case
ingrossa torrenti e fogne

le nostre più recondite vergogne
fluite con gli scarichi passati
lavano i segni di ciò che siamo:
fiumi carsici d’amori appassiti

ora so come ci si sente
ad esser stagione:
non passa, attende solo
la prossima ora

Ed van der Elsken