Piazza Grande

Sembra ieri, in Piazza Grande,
tra sconosciuti suoni e differenti lingue
in cui il pensiero langue, ilare,
vestendo l’emozione
di troppo unanimi atmosfere,
in strade secondarie al quadrilatero
(zero panni stesi e gente a carico)
e cerchi di persone nell’esercizio antico
della democrazia
(perduta garanzia d’avere voce),
donne su trampoli e uomini soli
in cerca di molteplici doni,
tra l’ esortazione e ‘l chiaro bisogno,
mongolfiere di sapone e teste d’aria
a seguir l’ignota umana traiettoria,
che come pianeta errante, vaga.

“Qualcuno dovrà pagare
per tutta la bellezza”, dicevi,
prima di rincorrere la luce del tramonto.
Adesso come allora, passate le diciotto,
tutto tace, finale aperto, la storia muta,
famiglie fanno ritorno alle rispettive case
per non subire il fascino della sera,
che torbida e cieca incombe tra le luci
– rumori d’automobili, autobus in differita
e solito trantran di bici a far da sottofondo.
Ma ecco, a orario-aperitivo ricomincia il flusso
di studenti e soliti inguaribili romantici,
brindisi al nulla, tintinnio di bicchieri.

“Ti han mai baciato a testa in giù?”
“È naturale”, rispondevi
ed io ti avrei staccato la testa dal collo,
sfiorandoti con dispotica dolcezza,
ché poi è tutta una questione di azione/reazione, no?
Perdita guadagno attivo-passivo e sensi di colpa,
“Il teatro è matematica” e tutte le stronzate postmoderne
e il Nettuno sempr’n piedi, sempr’n piedi
a contestare il nostro modo di stare al mondo
e noi a fottercene fieri di non si sa cosa né perché.

“Ora basta”, mi dicevi.
“Non vedi che ci guardan tutti?”
“Son così sentimentali”, rispondevo
– la testa in sommossa e le ossa incrinate sulla fontana
che scalavo come un monte tra gl’occhi attoniti,
la merda di piccione e la camionetta dei militari che rattattattattà!
“Questo non è uno scherzo: scendi subito o muori!”
e poi le persone, cazzo le persone.

Ora la Luna è un grande orologio senza tempo
che non sa che farsene delle mie odi lamentose;
avevi ragione anche su questo:
ho perduto perché ho creduto
di poterle resistere, senza abbandonarmi.

Ma ora basta, chiudo il capitolo
end fìn ende – e m’avvio a conclusione:

sembra ieri, in Piazza Grande,
quando la curiosità era speculare all’attrazione,
quando la mia estraneità era a parte di tutto
e di tutto era già parte.