Dell’animale chiamato ‘uomo’

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Divina scepsi,
immutata e innaturale arida cupidigia
d’incontrastato/egoistico
Amore immacolato sibillino nell’incanto
dell’abbandono carnale
Ai ricordi dell’Araba fenice
risorta dalle ceneri sillogistiche.
“Non temi tu la morte?”, è fatta di lustri
e 27 vergini pronte all’uso…
ebbene, io temo più la noia
d’un paradiso chiuso, sordo alla
mutevole meraviglia metereologica
dei sensi: estasi d’istanti e crudi dissapori
che, talvolta, la pena infligge
ma che mai ha estirpato di pregio gli ori,
di gentilezza gli odori – eppure, il piacere
nel nostro cervello
è associato da sempre alla consuetudine:
il riconoscere un siffatto metallo,
il dato sapore, che altrimenti riconduciamo
al minerale grezzo, all’olezzo insopportabile
– il tartufo, ricordiamo, è rinomato
benché sappia di piedi – ciò significa
che possiamo crepare, a patto di sapere
di che puzza morire.
Neanche la più
raffinata delle menti, e ce ne sono molte
sedute a questo tavolo, sarà mai capace
di cogliere la brutale, semplicistica,
conoscenza degli elementi;
ciò implicherebbe, senz’altro,
un accostamento al regno animale, dal
quale noi ci vogliamo distanziare
e il qual paragone ci parrebbe greve.
Solo la curiosità propria dei savi e dei
Folli, può spingere l’uomo, instancabile
esploratore del mondo, oltre sentieri
a lui conosciuti, senza far nascere in lui
il desiderio di dominarli – o, qualora
non vi riuscisse – raderli al suolo.
Ma l’animale che io sono
mi spinge a diffidare d’istinto
di ciò che non conosco, poiché temendolo
me ne tengo a distanza, e distanziandomene
ne preservo l’esistenza – continuando
ad ignorarlo.