Benvenuti all’inferno

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Benvenuti all’inferno,
la crisi del pensiero, il cinismo postmoderno,
Dopo-futuro e assenteismo
dell’immaginario.
Benvenuti all’inferno,
nell’unica via tracciata dall’aratro finanziario
si destreggiano i santi padri, abbottonati,
pronti a intervenire sui rispettivi fronti
e sconti sugli scontri.
Benvenuti all’inferno, dove uomini soli
adottano orfani e Soli – dove a milioni
ci si fa esplodere nelle stazioni.
Benvenuti all’inferno,
nessuno sconto per l’Eterno,
camminando senza meta
cerco una metà che mi dia
la prospettiva nuova:
«Questo è inferno, bellezza,
benvenuta nel vero ombelico del mondo:
se spari per prima vinci due bonus»
e ANCHE LE MOSCHEE
SCENDONO IN PIAZZA
CONTRO IL TERRORISMO.
Cadaverici patriarchi lanciano la messe
dal balcone,
e noi a spingerci, e noi ad accalcarci,
e noi ad accalorarci l’un l’altro
per non dar dispiacere al padrone
– scusate, ho usato un termine desueto:
volevo scrivere filantropo, benefattore,
sanguisuga, kapò, bastardo –
offrendogli ancora una volta
il nostro collasso migliore,
e lui a ridere, e lui ad applaudire,
e noi a rodere, senza rancore,
troppo stanchi per tendere lo sguardo,
come maiali non guardiamo mai in alto,
non riusciremo più a riveder le stelle
senza che il controllore venga a chiederci:
«Biglietto, per favore».
Io l’ho guardato, alla ricerca
d’un riflesso empatico,
lui guardava il tablet in dotazione,
VIETATO SOSTARE NEI PASSAGGI
DI INTERCOMUNICAZIONE.
Nel frattempo, una voce femminile
mi sussurra dal teleschermo del vagone:
«Prossima fermata: VI canto, terzo girone».
Un’oasi di golosi in festa,
calati fino al collo dentro la propria merda
ridono, contenti della prossima elezione.
Il mondo cambia, cambi tu, cambio io,
e tutto gira e rosola come carne d’agnello
nel kebab del mio demonio di fiducia.
Bruxelles brucia
al suono di quel piano troppo tetro,
infuoca viscere e annerisce i denti,
di cenere colma i polmoni,
mentre tu scendi dai barconi e gridi
PRIMA GLI ITALIANI.
Prima di chi? Perché, poi?
Vuoi vedere che a fuggire
i più lenti siamo noi?
«Ma quest’inferno ce lo siamo costruito,
e non permetteremo che tu ce lo rovini».
Spesso nella mia vita
la fobia di vivere ho incontrato:
l’ho presa a calci e pugni
fino a farla uscire dal mio corpo,
ed ora, per sempre, mi diverte
quest’inferno vitale che scorre
come fiume, lungo le vie imperversa
e non c’è male e non c’è dolore:
da quando ho smesso di guardare il cielo
non ho più bisogno di chiedere aiuto,
così l’inferno me lo tengo,
lo vezzo e lo cullo come fosse mio,
anche se è nostro, e vostro
perfido incanto d’un mondo pio.
Amata mia voragine, sono io,
mi riconosci? Ho la bocca piena di terra,
ma ancora sete di sangue e sudore.