Uscire di scena

Voi dannatissimi
e VOI carcerieri
(se oggi somiglia a ieri)
la “colpa” è malriposta:
è vostra la causa!

Da EpitaffIo, 2015

Sulle ragioni che mi hanno spinto per alcuni anni a esibirmi nei locali recitando le mie poesie, mi sono già espresso e non ci tornerò sopra.
Innanzi tutto, a scanso di equivoci, voglio precisare che negli ultimi tempi tutto ciò che riguarda il «performante» o «performativo» ha  dominato il dibattito su una questione delicatissima com’è la poesia, e questo ha finito per svilire, a mio avviso, il dibattito stesso. Ciò è avvenuto per lo più in contesti, occorre dirlo, in cui si era già poveri di argomenti e dove qualunque altro tema di rilievo veniva appiattito ad una mera questione di gusto: il metro, lo stile, il linguaggio ecc. L’aspetto performativo, allora, veniva a colmare un vuoto (tutto culturale) perché l’unico in grado di mettere tutti d’accordo.
Spesso i poeti stessi non sapevano esattamente di cosa stessero parlando – pochi di loro, infatti, possiedono gli strumenti attoriali necessari a distinguere una pausa da un respiro – ciononostante, ognuno di loro trovava il proprio modo, a volte brillante, di concepire la «performance» e ciò che ne poteva conseguire. Quel che automaticamente veniva messo in secondo piano, invece, e che dovrebbe contraddistinguere il mestiere del poeta, è il lavoro di ricerca sul testo vero e proprio. Oralità non significa una confusa entropia con lo sfogatoio di ogni giorno; l’ars oratoria doveva essere, almeno nelle intenzioni, quanto di più dissimile e distante da quella «oralità di fondo» che, al contrario, minaccia ogni discorso poetico possibile.

Oralità non significa una confusa entropia con lo sfogatoio di ogni giorno; l’ars oratoria doveva essere, almeno nelle intenzioni, quanto di più dissimile e distante da quella «oralità di fondo» che, al contrario, minaccia ogni discorso poetico possibile.

Sull’argomento la questione è aperta: vale a dire stabilire a che punto sia arrivata la ricerca italiana, tracciare una linea e da qui ripartire (per approfondire, consiglio di leggere Biagio Cepollaro, Tra poetiche e politica: una cultura critica da ricostruire).
Personalmente, noto che la reazione è ovunque. Un tardo-crepuscolarismo di maniera e un decadimento degli stessi temi introdotti dalla scapigliatura sembrano avere occupato l’immaginario contemporaneo, facendo tabula rasa della lezione neoavanguardista cominciata dal Gruppo 63, da molti criticata perché definita «una scuola senza eredi» .
Ciò che oggi salta all’occhio è la scomparsa di un tessuto culturale sistematico e compatto (complici anche vent’anni di berlusconismo): venuta meno l’industria, non si pubblicano più i poeti contemporanei, i quali – come i colossi editoriali non si stancano di ripetere – occupano appena il 6% del mercato. Risulta perciò onestamente difficile immaginare che cosa avrebbero fatto un Emilio Villa, un Adriano Spatola, un Edoardo Sanguineti (solo per citarne alcuni) per reagire all’impasse culturale odierna: forse anche loro avrebbero ceduto alle lusinghe dell’auto-produzione di costosissimi oggetti d’arte (leggasi «libri di poesia»)?

Risulta onestamente difficile immaginare che cosa avrebbero fatto un Emilio Villa, un Adriano Spatola, un Edoardo Sanguineti  per reagire all’impasse culturale odierna.

Difficile dirlo, appunto.
Dal canto mio, posso affermare unicamente che la poesia, nel complesso panorama nel quale viviamo, resta anti-capitalista e svolge un ruolo di sovversione, spostamento dell’asse verticistico dell’esistente.
Persiste a questo punto la domanda se sia legittimo o meno far rientrare la «performance» di poesia nell’edulcorata sfera delle arti spettacolari, e con ciò intendo se sia giusto far rientrare la poesia in una dimensione di intrattenimento.
La mia risposta è no. E non per la volontà di non fare arrivare il mio verso ad un pubblico ampio (per quanto ampio possa essere il pubblico di una lettura di poesie), quanto perché, se voglio continuare seriamente il mio lavoro di ricerca sul testo, non posso esibirmi. La lettura ad alta voce dei miei testi o la registrazione di alcuni di questi fa parte della mia ricerca poetica, che si basa, in continuità con la lezione della neoavanguardia, sul superamento dell’io e sull’uso scientifico della divulgazione dei mezzi propriamente poetici attraverso l’uso della parola, ma NON il lavoro di interpretazione del testo stesso. Quella è una dimensione di carattere attoriale che, a volte, ho fatto mia per scopi puramente divulgativi – fossero questi artistici o musicali – ed è giusto che rimanga tale.

È questo il motivo per cui smetto di leggere le mie poesie in pubblico. Come mi ha involontariamente suggerito un poeta di Trieste del quale non farò il nome, è arrivato per me il momento di tacere, almeno fino a quando non si sarà scritta un’opera «degna di essere letta».

Davide Galipò
Bologna – 4/2/2017