L’eterno

«Siamo lo scarto di uomini illustri
siamo singoli vestiti da tutti;
siamo poesie congelate su mari di amianto
siamo uomini e chiese in rovina;
siamo le crepe dello Stato dispotico
siamo poveri che servono al tavolo.
– Ora: grida pure quanto vuoi,
di meglio non avrai, nascosta e tremula
verrà la notte, spegnerà i sogni distopici,
riaccenderà la voglia di abbracci,
unirà il vessillo della mantide
e l’ultimo bacio del mio capo
mozzato ed ebbro

di te;

uniti in matrimonio, fedeli a dio, a satana,
al figlio inconsulto di un tempo ramingo
– crescerà sui vostri sbagli! – ancora
più forte, viziato, invincibile
e non avrà remore: niente
per cui vivere

e niente

per cui

morire».

Noi siamo singoli siamo unici siamo il solo
pensiero incontestabile e malato
noi siamo l’edera  l’ipo-vedenza
albero spoglio d’inverno uccello sull’astro
plebe unta e affamata
nudità fradicia  postilla scomoda
***nuovi stilemi*** allucinata allitterata e lucida
modernità

cuore di iena

opera inutile gonfia di boria
perenne fiasco  sola vittoria
sopita vita di un gingillo da pozzanghera
Europa liquida nelle catene-ristoranti
del nord-Italia  autobus a coda
ora araldica seria, preziosa

veleno, offesa

salute ignobile, igiene cimice
di un germe piccolissimo-borghese
che è già morto, sta scomparendo
e come tutti gl’onesti disonesti
adesso piange lacrime e zucchero:
guance caramellate tentano
l’Eterno

Esasperiamo picchi di stelle
uccelli cantanti sciorinano in basso
la macchina celibe di diamante e di quarzo
il sorriso del cosmo pare schiudersi sopra di noi,
che siamo cieli appestati di luce filtrata da ozono
seconda soltanto allo smog, all’industria
«ho preso quel che c’era da prendere»
«ho cancellato la parte delebile»
«ho riportato, ho fatto tesoro, Tesoro»
ho ricondotto il mio passo all’origine
ho reso quotidiano lo straordinario
provvisorio l’Eterno
e sono sopravvissuto
a questo perenne delirio circolare
ho recalcitrato il bisogno d’amore e ora,
così vuoto e silenzioso, così buio,
serio e nefasto somiglio al nero più nero
al decesso per eccesso di azoto
al freddo della galassia intera

Mai più dal basso, mai più di questa terra
sarà la mia lotta volgare e disperatissima
inutile esistenza d’una stella
egocentrica-solipsistica-mente
che unisce l’utero alla natura
l’Universo al meccanismo
ma ciò che colpisce, oh mia cellula
sventurata e decomposta
è la mia totale indifferenza o devozione
a durare più d’un quarto d’ora scarno
– ho preso le ninfee dal comodino
ho tirato le cinghiate di cuoio
e le ho riportare in alto,
incastonate nel cielo bastardo
preso da incubi ed echi lontani
– fino a farmi sperare di essere
avaro di sogni, chiuso nel mio
solo pezzetto di mondo
adornato soltanto da piaceri
e schifosi bisogni binari
odiando tutto ciò che è fuori
per umana viltà o rassegnazione
preferendo alla luce il riflesso
e il gelido abbraccio del mostro:
l’unica cosa che sempre perdura
– la mia dannazione.

Artwork: Joe Webb
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2 pensieri riguardo “L’eterno”

  1. Ciao Davide, ho letto con cura la tua poesia, che ho trovato meraviglia e pieno, intenzione e volontà, traffico spento e istruzioni per la notte. Non ho capito, invece, il motivo per cui distruggerla con quel video. Con quella musichetta d’accompagnamento a un piano bar di un bar che non ha il piano bar, e con quella ragazza sulla destra, che di ragazza ha solo la destra, non per mancanza di bellezza, ma di luogo. Sinceramente, tu credi che per la poesia questa sia la direzione? La bellezza non può essere contaminata dal nulla. Un abbraccio.

  2. Cara Barbara, io penso che la bellezza, in quanto aggettivo soggettivo, abbia di che ridire quando la si esalta a valore imprescindibile; allora sì, la Bellezza incarna il Nulla (e su questo potremmo interrogarci). In questo caso, l’idea della ‘performance’ era appunto quella di parodiare il cabaret che va per la maggiore, sdrammatizzando una poesia di per sé difficile da digerire con una benemerita soubrette (che ringrazio) e un pianista di tutto rispetto, che per quanto mi riguarda di piano bar non ha proprio niente. La direzione non sta a me stabilirla, la poesia va un po’ dove le pare. Sta alla sensibilità dell’ascoltatore -o del lettore- capire il senso più profondo che sta dietro al siparietto. Per la prossima, conto di leggere tutto Bakunin in russo con una maschera e un boccaglio.

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