Lotta infinita

A un referendum per l’indipendenza catalana
somiglia il mio amore.
“Io sarò libero e indipendente”, dice sempre.
Allora perché, quando la vedo,
mi tremano ancora le gambe?

A un referendum per l’indipendenza catalana
somiglia il mio amore.
“Non avrai altro amore all’infuori di questo”,
dice a sé stesso,
“non avrai un altro amore più grande del mio”.

Eppure è osteggiato, incostituzionale,
impedito, ha il volto insanguinato
e due o tre dita rotte, però resiste
nel 93% degli aventi diritto

ed è terribile, ed è atroce, è una lotta infinita,
ed è tutta la mia vita, che non si esaurisce,
mai

(spoken word e montaggio: Ivo De Palma)

DELL’IMMATERIALE

1. Il vuoto e il pieno. I vostri corpi qui oggi si stanno opponendo alla sordida legge dell’Universo che vuole che tutto sia statico, prevedibile contenitore di nulla; noi siamo l’eccezione, la particella esplosa, la molecola in divenire, la vita. Questo magnifico capovolgimento di eventi s’interpone tra il vuoto di questa stanza e la vostra sola presenza.
Cosa vorrebbero significare altrimenti i cinema, i teatri e le sale da ballo novecentesche, se non varianti di questa legge antica come la fisica?
Quando occupiamo uno spazio lo riempiamo, ci immergiamo in esso e ne consumiamo l’aria; trasmettendo alle pareti la nostra energia, lo rubiamo al silenzio. Destrutturandolo e ricomponendolo, ne assicuriamo il ricambio.
Ma c’è più di questo, ed è ciò che intendevano i noveaux realiste quando, nel loro manifesto, scrissero a proposito di “identità collettiva” e “nuove percezioni del reale”: prendere l’arte e portarla al suo linguaggio essenziale, originario. Allora l’oggetto in questione non sarà più pittorico o scultoreo, frutto di un’installazione o di un assemblaggio, ma la nostra stessa vita[1].
Quest’approccio all’esistenza come atto creativo, sublimazione della realtà a scelta estetica e controllo delle parti che la compongono, conduce a due vie diametralmente opposte: da un lato abbiamo il concettualismo radicalizzante di Klein [1] – pittore “immateriale” per eccellenza – dall’altro arriviamo all’eccesso, al sovraccarico di elementi di Arman [2] – il quale, al contrario, lavorava sull’accumulo.

Per raggiungere il risultato utile a ciò che intendo esprimere, però, sposteremo l’attenzione da questi due estremi a un piano differente.

2. Cellophane, impacchettare tutto. Nostro obiettivo primario è aggiungere una riflessione alla nostra condizione attuale di corpi occupanti, per divenire menti, vasi comunicanti fra loro. Quale stratagemma migliore che rappresentare la transizione da vuoto a pieno, da concetto a oggetto?
Per farlo ci serviremo del cellophane – magari lo stesso che vostra nonna utilizzava per conservare il suo salottino borghese – materiale che rimanda alla messa in pausa, al declinante scorrere del tempo, ma anche, d’altro canto, alla protezione di qualcosa che sta per essere rinnovata, in un luogo che sta per diventare altro da sé, magari attraverso una mano di vernice.

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3. Il respiro collettivo, poesia comunicativa. Quanti di voi potranno dire di essere venuti qui stasera per ascoltare una poesia? Ebbene, non avverrà niente del genere. Scommetto che molti tra i presenti hanno scritto qualcosa durante la propria vita, se non valido per la critica letteraria, quantomeno bello da un punto di vista estetico. Questo fa di voi dei veicoli di bellezza. Come scrisse Isidore Ducasse, conte di Lautréamont: «La poesia dev’esser fatta da tutti. Non da uno».
Vado ora a descrivere le parti che compongono la performance: i vostri corpi sono in fibrillazione, accompagnati dal naturale disagio suscitato da qualsiasi esperienza extra-quotidiana; siete avvolti da una coltre di nebbia che rende impossibile distinguere il viso del vostro vicino; i nostri microfoni e i nostri ripetitori renderanno percepibile ogni sibilo, ogni respiro, ogni colpo di tosse. A partire da questo momento, ogni vostra parola sarà udibile da tutti contemporaneamente.
Il nostro musicista vi accompagnerà in un crescendo di musica elettronica. Alla fine non vi resterà che chiudere gli occhi e godervi lo spettacolo.


[1] Così Klein nel 1959: “La pittura contemporanea per me non si riferisce più all’occhio, ma all’unica cosa in noi che non ci appartiene: la nostra vita”.

Performance a cura di Davide Galipò, Sebastian Recupero, BEANK Project
Musica di Onan
Fotografie di Cristiana Piraino
Voci di: Sebastian Recupero, Francesco Natoli, Paola Pagliano, Maria Catena Lassarà, Chiara Fratantonio, Pietro Avola, Stefania Albertini, Milena Bari, Roberta Ioppolo, Franco Castiglione, Nunziella Accetta, Vincenzo Gaglio, Maria Scalisi, Caterina Stancanelli, Simona Bonsignore, Alessandro Coviello, Giuseppe Consolo, Rosamaria Natoli, Giulia Conoscenti, Caterina Romana, Antonella D’Amico, Maria Concetta Abramo, Roberta Di Bartola, Stefania Faranda, Simone Corso, Enza Stroscio, Milena Sidoti, Benedetta Aiello, Annamaria Giunta, Rosita Coppolino, Claudio Golino, Laura Giuttari, Martina Galipò, Roberto Gammeri
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Lettera dai posteri

Di loro si dirà:
scrivevano molto,
parlavano
poco – a volte
insultandosi, per

[scoprire chi l’aveva più lungo

[il sapere]:

dell’epoca diranno

[se ci sarà chi dirà, ancora]

: “erano tempi bui”,

“nessuno aspettava l’aurora”,

[e per fortuna]

“serviva un cambio di rotta”,

“qualcuno che mettesse
tutti e tutte al loro posto”

[da appendere, poi, insieme al crocefisso,

in piazzale Loreto

col papa e la regina].

Di loro si dirà: erano “per”

erano “contro”

– erano rimasti a guardare –

avevano dissentito.

Dell’epoca diranno:

tutti davano a tutti

appuntamenti

[li chiamavano – eventi]

ma poi nessuno

partecipava davvero

[se non a livello nominale]

un blando interesse

velato d’amici immaginari.

Di loro si dirà:

“erano pazzi” e – forse –
“erano soli”.

Mettevan gli ‘a capo’

ne’ discorsi

e nei loro culi, cazzi

andati a capo, ancora

[credevan di poetare].

Nessuno lavorava,

ma avevano tutti

un posto in cui dormire;

il capitalismo era finito

e pur di non ammetter la

[sconfitta

lo si manteneva in piedi

lo si foraggiava col sudore

– non veniva pagato nessuno, davvero –

nessuno rischiava davvero la fame

– ogni tanto qualcuno se ne andava,

a guardare la luna

dall’altro lato del fiume –

fingendo di deriderci

ma in realtà invidiando

i nostri corpi giovani

ancora capaci

di affrontare la piena,

mentre loro,

contorcendosi,

affogavano.

“Mandateci una barca!”,

urlavano

e noi, dall’altra parte,

guardavamo

per nulla preoccupati

cantavamo:

“abbiamo solo braccia”

“abbiamo solo bocche”

“abbiamo solo gambe

e camminiamo”.

Il giorno dopo

fummo presi da ulcerante

commozione al pensiero

di essere rimasti soli

e che eravamo noi,

gl’eredi: adesso toccava

a noi

ricucire

gli

strappi

nel

cielo.

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Immagine dalla performance di Salinika al Teatro Garabato

Una parola

«Scusate, permettete una parola? Premetto che non sono un malintenzionato (so che questa zona a quest’ora non è il massimo e non voglio recarvi disturbo), avrei bisogno d’aiuto, ma cosa volete saperne voi, ci sono persone che nascono già vendute, con il codice a barre tatuato in fronte e altre invendibili – ci sono persone che riescono a farsi sputare in un occhio e a dire “grazie” sorridendo e altre ingovernabili; io mi chiamo Gioacchino, piacere, non vi stringo la mano perché ho le mani scottate; sono laureato in biochimica e ho un negozio di animali, PET SHOP, giù in fondo alla strada – il fatto è che il negozio ha preso fuoco stanotte, ho dovuto sfondare la finestra a calci per uscire e portare in salvo i miei conigli, ma ho ancora dentro trenta specie rare tra tartarughe giganti e pesci – che a quest’ora staranno lessando a dovere – fortunatamente sono arrivati i pompieri a spegnere le fiamme (scusate se vi dò fastidio, sapete, non è mia abitudine rompere le palle alle persone, specie a quest’ora), sono stati bravissimi, davvero, ma adesso avrei veramente bisogno di tornare a Mondovì e prendere le chiavi del negozio a casa mia, ve lo dico perché avete le faccia buona, scusate, veramente, ma devo assolutamente riprendere le mie chiavi o i miei animali moriranno, è una questione burocratica, la polizia non mi fa accedere, quindi se foste così gentili da prendere la macchina e darmi un passaggio, posso pagarvi la benzina, tutto il contante che ho in casa lo dò senza problemi; prenderei la mia auto solo che, davvero, le chiavi sono rimaste dentro al negozio e ciao, tanti saluti; o se non potete voi potreste almeno chiamare un amico, un parente, uno zio; prendete il telefono, guardate su internet, sono Gioacchino, quello del negozio di animali – PET SHOP – in fondo alla strada, controllate; va be’ se proprio non avete nessuno da chiamare potreste darmi una mano a fare il biglietto in stazione, purtroppo ho perso il portafogli nell’incendio (lo so che a quest’ora si diffida e che la zona non è bellissima), comunque sarebbero sett’euro e settanta, magari in due riuscite a metterli insieme, non sono molti soldi, magari ce la fate; va be’, allora se non potete proprio fare niente io vado; ah, volevo dirvi, io ho studiato psicologia, sapete, lo vedo dalle vostre facce perché avete deciso di non aiutarmi, ma almeno se volete rispettarmi prendete il telefono e cercate il mio nome, Gioacchino Rossini, quello del negozio di animali in fondo alla strada, controllate, così saprete chi non avete aiutato».

L’eterno

«Siamo lo scarto di uomini illustri
siamo singoli vestiti da tutti;
siamo poesie congelate su mari di amianto
siamo uomini e chiese in rovina;
siamo le crepe dello Stato dispotico
siamo poveri che servono al tavolo.
– Ora: grida pure quanto vuoi,
di meglio non avrai, nascosta e tremula
verrà la notte, spegnerà i sogni distopici,
riaccenderà la voglia di abbracci,
unirà il vessillo della mantide
e l’ultimo bacio del mio capo
mozzato ed ebbro

di te;

uniti in matrimonio, fedeli a dio, a satana,
al figlio inconsulto di un tempo ramingo
– crescerà sui vostri sbagli! – ancora
più forte, viziato, invincibile
e non avrà remore: niente
per cui vivere

e niente

per cui

morire».

Noi siamo singoli siamo unici siamo il solo
pensiero incontestabile e malato
noi siamo l’edera  l’ipo-vedenza
albero spoglio d’inverno uccello sull’astro
plebe unta e affamata
nudità fradicia  postilla scomoda
***nuovi stilemi*** allucinata allitterata e lucida
modernità

cuore di iena

opera inutile gonfia di boria
perenne fiasco  sola vittoria
sopita vita di un gingillo da pozzanghera
Europa liquida nelle catene-ristoranti
del nord-Italia  autobus a coda
ora araldica seria, preziosa

veleno, offesa

salute ignobile, igiene cimice
di un germe piccolissimo-borghese
che è già morto, sta scomparendo
e come tutti gl’onesti disonesti
adesso piange lacrime e zucchero:
guance caramellate tentano
l’Eterno

Esasperiamo picchi di stelle
uccelli cantanti sciorinano in basso
la macchina celibe di diamante e di quarzo
il sorriso del cosmo pare schiudersi sopra di noi,
che siamo cieli appestati di luce filtrata da ozono
seconda soltanto allo smog, all’industria
«ho preso quel che c’era da prendere»
«ho cancellato la parte delebile»
«ho riportato, ho fatto tesoro, Tesoro»
ho ricondotto il mio passo all’origine
ho reso quotidiano lo straordinario
provvisorio l’Eterno
e sono sopravvissuto
a questo perenne delirio circolare
ho recalcitrato il bisogno d’amore e ora,
così vuoto e silenzioso, così buio,
serio e nefasto somiglio al nero più nero
al decesso per eccesso di azoto
al freddo della galassia intera

Mai più dal basso, mai più di questa terra
sarà la mia lotta volgare e disperatissima
inutile esistenza d’una stella
egocentrica-solipsistica-mente
che unisce l’utero alla natura
l’Universo al meccanismo
ma ciò che colpisce, oh mia cellula
sventurata e decomposta
è la mia totale indifferenza o devozione
a durare più d’un quarto d’ora scarno
– ho preso le ninfee dal comodino
ho tirato le cinghiate di cuoio
e le ho riportare in alto,
incastonate nel cielo bastardo
preso da incubi ed echi lontani
– fino a farmi sperare di essere
avaro di sogni, chiuso nel mio
solo pezzetto di mondo
adornato soltanto da piaceri
e schifosi bisogni binari
odiando tutto ciò che è fuori
per umana viltà o rassegnazione
preferendo alla luce il riflesso
e il gelido abbraccio del mostro:
l’unica cosa che sempre perdura
– la mia dannazione.

Artwork: Joe Webb
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