DELL’IMMATERIALE

1. Il vuoto e il pieno. I vostri corpi qui oggi si stanno opponendo alla sordida legge dell’Universo che vuole che tutto sia statico, prevedibile contenitore di nulla; noi siamo l’eccezione, la particella esplosa, la molecola in divenire, la vita. Questo magnifico capovolgimento di eventi s’interpone tra il vuoto di questa stanza e la vostra sola presenza.
Cosa vorrebbero significare altrimenti i cinema, i teatri e le sale da ballo novecentesche, se non varianti di questa legge antica come la fisica?
Quando occupiamo uno spazio lo riempiamo, ci immergiamo in esso e ne consumiamo l’aria; trasmettendo alle pareti la nostra energia, lo rubiamo al silenzio. Destrutturandolo e ricomponendolo, ne assicuriamo il ricambio.
Ma c’è più di questo, ed è ciò che intendevano i noveaux realiste quando, nel loro manifesto, scrissero a proposito di “identità collettiva” e “nuove percezioni del reale”: prendere l’arte e portarla al suo linguaggio essenziale, originario. Allora l’oggetto in questione non sarà più pittorico o scultoreo, frutto di un’installazione o di un assemblaggio, ma la nostra stessa vita[1].
Quest’approccio all’esistenza come atto creativo, sublimazione della realtà a scelta estetica e controllo delle parti che la compongono, conduce a due vie diametralmente opposte: da un lato abbiamo il concettualismo radicalizzante di Klein [1] – pittore “immateriale” per eccellenza – dall’altro arriviamo all’eccesso, al sovraccarico di elementi di Arman [2] – il quale, al contrario, lavorava sull’accumulo.

Per raggiungere il risultato utile a ciò che intendo esprimere, però, sposteremo l’attenzione da questi due estremi a un piano differente.

2. Cellophane, impacchettare tutto. Nostro obiettivo primario è aggiungere una riflessione alla nostra condizione attuale di corpi occupanti, per divenire menti, vasi comunicanti fra loro. Quale stratagemma migliore che rappresentare la transizione da vuoto a pieno, da concetto a oggetto?
Per farlo ci serviremo del cellophane – magari lo stesso che vostra nonna utilizzava per conservare il suo salottino borghese – materiale che rimanda alla messa in pausa, al declinante scorrere del tempo, ma anche, d’altro canto, alla protezione di qualcosa che sta per essere rinnovata, in un luogo che sta per diventare altro da sé, magari attraverso una mano di vernice.

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3. Il respiro collettivo, poesia comunicativa. Quanti di voi potranno dire di essere venuti qui stasera per ascoltare una poesia? Ebbene, non avverrà niente del genere. Scommetto che molti tra i presenti hanno scritto qualcosa durante la propria vita, se non valido per la critica letteraria, quantomeno bello da un punto di vista estetico. Questo fa di voi dei veicoli di bellezza. Come scrisse Isidore Ducasse, conte di Lautréamont: «La poesia dev’esser fatta da tutti. Non da uno».
Vado ora a descrivere le parti che compongono la performance: i vostri corpi sono in fibrillazione, accompagnati dal naturale disagio suscitato da qualsiasi esperienza extra-quotidiana; siete avvolti da una coltre di nebbia che rende impossibile distinguere il viso del vostro vicino; i nostri microfoni e i nostri ripetitori renderanno percepibile ogni sibilo, ogni respiro, ogni colpo di tosse. A partire da questo momento, ogni vostra parola sarà udibile da tutti contemporaneamente.
Il nostro musicista vi accompagnerà in un crescendo di musica elettronica. Alla fine non vi resterà che chiudere gli occhi e godervi lo spettacolo.


[1] Così Klein nel 1959: “La pittura contemporanea per me non si riferisce più all’occhio, ma all’unica cosa in noi che non ci appartiene: la nostra vita”.

Performance a cura di Davide Galipò, Sebastian Recupero, BEANK Project
Musica di Onan
Fotografie di Cristiana Piraino
Voci di: Sebastian Recupero, Francesco Natoli, Paola Pagliano, Maria Catena Lassarà, Chiara Fratantonio, Pietro Avola, Stefania Albertini, Milena Bari, Roberta Ioppolo, Franco Castiglione, Nunziella Accetta, Vincenzo Gaglio, Maria Scalisi, Caterina Stancanelli, Simona Bonsignore, Alessandro Coviello, Giuseppe Consolo, Rosamaria Natoli, Giulia Conoscenti, Caterina Romana, Antonella D’Amico, Maria Concetta Abramo, Roberta Di Bartola, Stefania Faranda, Simone Corso, Enza Stroscio, Milena Sidoti, Benedetta Aiello, Annamaria Giunta, Rosita Coppolino, Claudio Golino, Laura Giuttari, Martina Galipò, Roberto Gammeri
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L’eterno

«Siamo lo scarto di uomini illustri
siamo singoli vestiti da tutti;
siamo poesie congelate su mari di amianto
siamo uomini e chiese in rovina;
siamo le crepe dello Stato dispotico
siamo poveri che servono al tavolo.
– Ora: grida pure quanto vuoi,
di meglio non avrai, nascosta e tremula
verrà la notte, spegnerà i sogni distopici,
riaccenderà la voglia di abbracci,
unirà il vessillo della mantide
e l’ultimo bacio del mio capo
mozzato ed ebbro

di te;

uniti in matrimonio, fedeli a dio, a satana,
al figlio inconsulto di un tempo ramingo
– crescerà sui vostri sbagli! – ancora
più forte, viziato, invincibile
e non avrà remore: niente
per cui vivere

e niente

per cui

morire».

Noi siamo singoli siamo unici siamo il solo
pensiero incontestabile e malato
noi siamo l’edera  l’ipo-vedenza
albero spoglio d’inverno uccello sull’astro
plebe unta e affamata
nudità fradicia  postilla scomoda
***nuovi stilemi*** allucinata allitterata e lucida
modernità

cuore di iena

opera inutile gonfia di boria
perenne fiasco  sola vittoria
sopita vita di un gingillo da pozzanghera
Europa liquida nelle catene-ristoranti
del nord-Italia  autobus a coda
ora araldica seria, preziosa

veleno, offesa

salute ignobile, igiene cimice
di un germe piccolissimo-borghese
che è già morto, sta scomparendo
e come tutti gl’onesti disonesti
adesso piange lacrime e zucchero:
guance caramellate tentano
l’Eterno

Esasperiamo picchi di stelle
uccelli cantanti sciorinano in basso
la macchina celibe di diamante e di quarzo
il sorriso del cosmo pare schiudersi sopra di noi,
che siamo cieli appestati di luce filtrata da ozono
seconda soltanto allo smog, all’industria
«ho preso quel che c’era da prendere»
«ho cancellato la parte delebile»
«ho riportato, ho fatto tesoro, Tesoro»
ho ricondotto il mio passo all’origine
ho reso quotidiano lo straordinario
provvisorio l’Eterno
e sono sopravvissuto
a questo perenne delirio circolare
ho recalcitrato il bisogno d’amore e ora,
così vuoto e silenzioso, così buio,
serio e nefasto somiglio al nero più nero
al decesso per eccesso di azoto
al freddo della galassia intera

Mai più dal basso, mai più di questa terra
sarà la mia lotta volgare e disperatissima
inutile esistenza d’una stella
egocentrica-solipsistica-mente
che unisce l’utero alla natura
l’Universo al meccanismo
ma ciò che colpisce, oh mia cellula
sventurata e decomposta
è la mia totale indifferenza o devozione
a durare più d’un quarto d’ora scarno
– ho preso le ninfee dal comodino
ho tirato le cinghiate di cuoio
e le ho riportare in alto,
incastonate nel cielo bastardo
preso da incubi ed echi lontani
– fino a farmi sperare di essere
avaro di sogni, chiuso nel mio
solo pezzetto di mondo
adornato soltanto da piaceri
e schifosi bisogni binari
odiando tutto ciò che è fuori
per umana viltà o rassegnazione
preferendo alla luce il riflesso
e il gelido abbraccio del mostro:
l’unica cosa che sempre perdura
– la mia dannazione.

Artwork: Joe Webb
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Uscire di scena

Voi dannatissimi
e VOI carcerieri
(se oggi somiglia a ieri)
la “colpa” è malriposta:
è vostra la causa!

Da EpitaffIo, 2015

Sulle ragioni che mi hanno spinto per alcuni anni a esibirmi nei locali recitando le mie poesie, mi sono già espresso e non ci tornerò sopra.
Innanzi tutto, a scanso di equivoci, voglio precisare che negli ultimi tempi tutto ciò che riguarda il «performante» o «performativo» ha  dominato il dibattito su una questione delicatissima com’è la poesia, e questo ha finito per svilire, a mio avviso, il dibattito stesso. Ciò è avvenuto per lo più in contesti, occorre dirlo, in cui si era già poveri di argomenti e dove qualunque altro tema di rilievo veniva appiattito ad una mera questione di gusto: il metro, lo stile, il linguaggio ecc. L’aspetto performativo, allora, veniva a colmare un vuoto (tutto culturale) perché l’unico in grado di mettere tutti d’accordo.
Spesso i poeti stessi non sapevano esattamente di cosa stessero parlando – pochi di loro, infatti, possiedono gli strumenti attoriali necessari a distinguere una pausa da un respiro – ciononostante, ognuno di loro trovava il proprio modo, a volte brillante, di concepire la «performance» e ciò che ne poteva conseguire. Quel che automaticamente veniva messo in secondo piano, invece, e che dovrebbe contraddistinguere il mestiere del poeta, è il lavoro di ricerca sul testo vero e proprio. Oralità non significa una confusa entropia con lo sfogatoio di ogni giorno; l’ars oratoria doveva essere, almeno nelle intenzioni, quanto di più dissimile e distante da quella «oralità di fondo» che, al contrario, minaccia ogni discorso poetico possibile.

Oralità non significa una confusa entropia con lo sfogatoio di ogni giorno; l’ars oratoria doveva essere, almeno nelle intenzioni, quanto di più dissimile e distante da quella «oralità di fondo» che, al contrario, minaccia ogni discorso poetico possibile.

Sull’argomento la questione è aperta: vale a dire stabilire a che punto sia arrivata la ricerca italiana, tracciare una linea e da qui ripartire (per approfondire, consiglio di leggere Biagio Cepollaro, Tra poetiche e politica: una cultura critica da ricostruire).
Personalmente, noto che la reazione è ovunque. Un tardo-crepuscolarismo di maniera e un decadimento degli stessi temi introdotti dalla scapigliatura sembrano avere occupato l’immaginario contemporaneo, facendo tabula rasa della lezione neoavanguardista cominciata dal Gruppo 63, da molti criticata perché definita «una scuola senza eredi» .
Ciò che oggi salta all’occhio è la scomparsa di un tessuto culturale sistematico e compatto (complici anche vent’anni di berlusconismo): venuta meno l’industria, non si pubblicano più i poeti contemporanei, i quali – come i colossi editoriali non si stancano di ripetere – occupano appena il 6% del mercato. Risulta perciò onestamente difficile immaginare che cosa avrebbero fatto un Emilio Villa, un Adriano Spatola, un Edoardo Sanguineti (solo per citarne alcuni) per reagire all’impasse culturale odierna: forse anche loro avrebbero ceduto alle lusinghe dell’auto-produzione di costosissimi oggetti d’arte (leggasi «libri di poesia»)?

Risulta onestamente difficile immaginare che cosa avrebbero fatto un Emilio Villa, un Adriano Spatola, un Edoardo Sanguineti  per reagire all’impasse culturale odierna.

Difficile dirlo, appunto.
Dal canto mio, posso affermare unicamente che la poesia, nel complesso panorama nel quale viviamo, resta anti-capitalista e svolge un ruolo di sovversione, spostamento dell’asse verticistico dell’esistente.
Persiste a questo punto la domanda se sia legittimo o meno far rientrare la «performance» di poesia nell’edulcorata sfera delle arti spettacolari, e con ciò intendo se sia giusto far rientrare la poesia in una dimensione di intrattenimento.
La mia risposta è no. E non per la volontà di non fare arrivare il mio verso ad un pubblico ampio (per quanto ampio possa essere il pubblico di una lettura di poesie), quanto perché, se voglio continuare seriamente il mio lavoro di ricerca sul testo, non posso esibirmi. La lettura ad alta voce dei miei testi o la registrazione di alcuni di questi fa parte della mia ricerca poetica, che si basa, in continuità con la lezione della neoavanguardia, sul superamento dell’io e sull’uso scientifico della divulgazione dei mezzi propriamente poetici attraverso l’uso della parola, ma NON il lavoro di interpretazione del testo stesso. Quella è una dimensione di carattere attoriale che, a volte, ho fatto mia per scopi puramente divulgativi – fossero questi artistici o musicali – ed è giusto che rimanga tale.

È questo il motivo per cui smetto di leggere le mie poesie in pubblico. Come mi ha involontariamente suggerito un poeta di Trieste del quale non farò il nome, è arrivato per me il momento di tacere, almeno fino a quando non si sarà scritta un’opera «degna di essere letta».

Davide Galipò
Bologna – 4/2/2017

LeParole – Volontà Di Vivere

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(Clicca sull’immagine per accedere al singolo)

Immersi sempre più a fondo in un mondo meta-linguistico, nel quale non c’è spazio per niente di “sensibile”, LeParole decidono di prendere vita dalla collaborazione fra Toi Giordani e Davide Galipò nel 2015. Testi accumulati nelle raccolte precedenti prendono corpo e voce in arrangiamenti sperimentali scanditi da battiti a ritmo di bit. I riferimenti del duo sono molteplici e vanno dagli esempi migliori della musica indipendente contemporanea a Nietzsche. La spoken word, diversa dalla forma canzone, si fonde qui con la forma poetica tradizionale ed è frutto, attraverso l’utilizzo di sample, rumori e campionature, di rimescolamenti e storpiature provenienti dal mondo reale, interviste del passato e clamori del presente.
La prima data dal vivo risale all’aprile dello stesso anno, quando si esibiscono al centro sociale XM 24 (festival CUBOVISION, serata PrendiParte). Nel frattempo, il progetto si evolve e si aggiungono altre date come quella per la presentazione della mostra “ViCoL0” al Modo Infoshop di Bologna. A inizio 2016 si unisce al progetto Lorenzo Mariano, già tastierista negli Alan Moods e vecchia conoscenza di Toi e di Davide. Lollo arricchisce con melodie e synth i suoni e i testi già presenti e insieme i tre scelgono di partecipare al Premio Alberto Dubito di poesia con musica (per il quale saranno selezionati tra i quattro finalisti in gara quest’anno, e dove suoneranno, il 16 dicembre, al CSOA Cox 18 a Milano). A giugno 2016 aprono le sessioni estive delle serate di ZooPalco.
“In un mondo in cui le parole non hanno più significato, noi pensiamo seriamente che il linguaggio sia un’arma potentissima, che la poesia e la musica possano avere un ruolo per destrutturare, smontare e dare un senso nuovo, contrapposto al potere. Dove termina il linguaggio, poi, comincia la vita”.

“Volontà di vivere” (2016) è il sunto di un anno di gestazione tra Bologna e Torino ed è il primo EP della band.

Sulla salute del poetry slam in Italia

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And now, if you have 5 seconds to spare,
I’ll tell you the story of my life.

– The Smiths, Half a person

Ho sempre pensato che il poetry slam fosse un fenomenale propulsore di nuovi autori e di invenzioni, un acceleratore di particelle poetiche spinte dall’ugola verso l’esterno fin da quando, diciannovenne, sentii parlare per la prima volta di questo mondo underground nato una decina di anni prima.

Era il lontano 2010, alle Officine Bohemien di Torino andava in scena ciò che per gli addetti ai lavori passò alla storia come “La lizza”, ovvero una competizione tra poeti che recitano testi propri di fronte ad un pubblico che decreterà chi sarà il vincitore. Il poetry slam a Torino non era ancora arrivato o meglio, non si chiamava ancora così, ma i cerimonieri della serata erano sempre loro: Alessandra Racca, Arsenio Bravuomo e (allora sconosciuto per i più) Guido Catalano.

Ricordo perfettamente l’entusiasmo e la cura che erano state messe nell’organizzazione, i volti freschi e intelligenti dei poeti e delle poetesse partecipanti, tra i quali spiccavano dei giovanissimi Davide ‘Scarty Doc’ Passoni, Francesco Deiana e Alfonso Maria Petrosino.

In quel momento non ero a Torino; mi trovavo all’estero per questioni di lavoro, ma riuscivo a seguire le serate grazie alla diretta streaming, che ogni giovedì andava in onda sul sito dell’evento (facebook all’epoca non era così in voga).

Ricordo anche la varietà e la qualità dei testi, la risposta positiva di un pubblico partecipe e aperto alle novità; non l’ingessatissimo pubblico della poesia, ma un pubblico composto per gran parte da profani, curiosi, mondani.

Negli anni seguenti anch’io, dal canto mio, non ho mai smesso di scrivere. A Bologna, dove mi sono laureato in Discipline dell’Arte, della Musica e dello Spettacolo, ho incontrato e preso parte a diverse manifestazioni letterarie insieme ai miei amici Nicolò Gugliuzza, Simone Kaev, Tommi Giordani e molti altri. Lo slam era per noi un riferimento costante, e come il suo inventore Marc Kelly Smith non smetteva di sottolineare, provavamo a stabilire un rapporto con il pubblico che fosse diverso da quello frontale io-che-leggo/tu-che-ascolti, cercando di inventare, giocando, nuove forme di interazione tra oralità e suono.

Tutto ciò è confluito in due anni di intensa attività culturale tra presentazione di mostre, T.A.Z. (1), performance nei centri sociali e nelle librerie indipendenti, serate nei locali e nelle occupazioni. Entravamo così a far parte di un movimento che stava crescendo e che guardava con freddo distacco i percorsi accademici e il Centro di poesia sperimentale firmato Rondoni Inc., che ci aveva sempre trattati con ostilità, che avrebbe voluto tapparci le ali invitando qualcuno di noi ai loro festival, promettendo avvenire rosei nelle loro gabbie autoreferenziali, salvo poi cacciarci o ignorarci quando pretendevamo di più, quando alzavamo la voce, quando manifestavamo l’urgenza dichiaratamente politica di una certa poesia. Quel piccolo mondo antico non ci apparteneva, anzi: noi volevamo abbatterlo. Lo sanno bene i ragazzi dello Zoo Palco e del Wednesday Night Slam, che con le loro jam di musica e spoken word (2) infuocano le mai buie notti bolognesi.

Ricordo bene la prima volta che incontrai Lello Voce, nel novembre 2014, che di fronte ad un accigliato Valerio Grut sosteneva: “La poesia mi piace quando scava, quando suggerisce un’emozione; è come la scopata che ti sei fatto poco fa” – stroncando uno ad uno i poeti ‘da camera’ del Centro sperimentale. Per me fu una rivelazione: finalmente avevo capito che eravamo sulla strada giusta e che quello era il percorso da battere per fare succedere qualcosa. Naturalmente ciò non piaceva e non piace agli statici, ai monetari della poesia di ieri e di oggi.

Con il passare degli anni lo slam è cresciuto e si è affinato: è nata la L.I.P.S. (3), le competizioni lungo la Penisola si sono triplicate e finalmente esiste un regolamento che funzioni a livello nazionale.

Da quando mi sono trasferito nuovamente a Torino in pianta stabile, ho cominciato ad iscrivermi e a partecipare a poetry slam veri e propri. Il primo è stato in Cavallerizza Reale, esperienza per me piacevolissima che mi ha dato la possibilità di crescere e di venire a contatto con il fermento della mia città. Condotto da Deiana, nel frattempo specializzatosi nella veste di MC (4) e da Davide Bava. Poi su e giù da Torino a Bologna, allo slam internazionale di Trieste, alle serate di Crossing Poetry in Alessandria.

Presto ho imparato l’importanza della provenienza, dell’inflessione dialettale, della battuta che, se detta al momento giusto, può aiutare a scaricare la tensione, ma se detta al momento sbagliato fa perdere l’attenzione. Ho fatto il callo nel vedere certi favoritismi, scorrettezze, raffazzonamenti vari, territorialismi beceri che tendono a portare avanti solo gli amici degli amici.

È così che, slam dopo slam, sono giunto alla finale regionale del Piemonte che si è tenuta ieri sera all’Atti Impuri (5) alla Casa del quartiere in San Salvario. Qui ritrovo Alessandra Racca e Arsenio Bramuovo; Guido Catalano invece è diventato famoso, pubblica libri con Rizzoli e riempie i club del nord Italia (buon per lui).

L’atmosfera è tesa come in tutte le finali, lo streaming non funziona e siamo tutti un po’ tirati. Gli unici a ridere siamo io e Bravuomo, che scherziamo amabilmente bevendo un negroni sbagliato. Nel frattempo le persone arrivano, i tecnici montano, conosco Sergio Garau e gli altri del collettivo Spara Jurij.

Comincia lo slam: il salone grande è come al solito pieno di gente, parte il sacrifice di Giacomo Sandron. Non ho avuto il tempo di finire il mio abituale training e ho ceduto il mio posto ad un amico arrivato tardi. Rimango dunque in piedi, un po’ nervoso, per seguire l’inizio della gara.

Vengo sorteggiato per primo. Vado con la mia “Benvenuti all’inferno”, che riceve buoni voti, ma vengo penalizzato di un punto per aver sforato di 35 secondi… Pazienza. Passo comunque in testa. La gara va avanti, ascolto tutti i poeti presenti. “Sarà difficile”, penso. “Sono tutti molto preparati”.

Accedo al secondo turno, ancora una volta vengo chiamato sul patibolo per primo, perché sono l’ultimo in classifica.

Scelgo di fare una breve introduzione. So a cosa vado incontro portando “Urge la ruggine”, un testo contro l’omofobia. Dedico provocatoriamente la poesia a tutti gli omofobi d’Italia. La risposta dell’imbecille non tarda ad arrivare: una voce nell’ombra mi dà del frocio. Raccolgo a mia volta la provocazione e vado avanti, anche se comincio ad essere stanco. La gente intorno a me non ha voglia di ascoltare, lo capisco dai colpi di tosse; i poeti dopo di me hanno una gran voglia di vincere. Sto dicendo versi a vuoto.

Ancora una volta ricevo dei buoni voti dalla giuria, ma vengo penalizzato di 0,5 punti per aver fatto tre minuti e 18 secondi. A quel punto, sono fuori.

Mi incazzo. Durante la breve pausa prima del gran finale vado a chiedere spiegazioni agli organizzatori, che mi rispondono che è tutto regolare. Sandron, signorilmente, mi invita pubblicamente a provare i testi a casa prima di partecipare e la Racca invita il pubblico ad emettere “un simpatico buh” nei miei confronti.

Peccato che io quelle poesie le abbia provate fino allo sfinimento, caro Giacomo. Con quelle stesse poesie ho vinto due slam. E nel mio cronometro non superavo mai i maledetti tre minuti.

Mi ricordo poi di un breve testo pubblicato su facebook per sottolineare la fine di un mio alter-ego, del quale riporto qui un breve estratto:

L’inizio di Nella Grebznig non è stato l’inizio di un’artista, ma l’inizio di un disgusto. Disgusto della prosopopea dei filosofi che da 3000 anni a questa parte ci hanno spiegato tutto (a che pro’?), disgusto per i santoni e i guru del sentimento, disgusto per i poeti contabili, disgusto per tutti questi artisti che incarnano Dio in terra.

“Vuoi vedere”, mi dico, “che tutto questo speciale trattamento è dovuto a quello?”.
“Vuoi vedere”, mi dico, “che magari pensano che con ‘poeti contabili’ e ‘santoni del sentimento’ mi riferissi a loro, che pensano che sono uno stronzo, che me la tiro?”.
“Stai a vedere”, chissà, “che magari non sanno che il testo in questione è un cut-up dadaista e che forse mi hanno preso sul serio?”.

“Non può essere”, mi ripeto. “Non loro”.

Rimango un po’ deluso, in disparte, ad assistere alla finale, che vede la vittoria (meritata) di Paolo Agrati. Decido, per cocciutaggine o per coerenza, di non partecipare ai ringraziamenti finali, rimanendo a guardare. Non per Paolo, che conosco e che stimo, ma perché sono in disaccordo con questo tipo di organizzazione.

All’uscita ho un diverbio con una persona di cui non farò il nome, che in merito a quanto è accaduto mi sussurra: “Be’, sei ad un poetry slam! Devi prenderti tutto ciò che viene dal pubblico, anche gli insulti”. Lo mando a fare in culo, e me ne vado con i miei amici e la mia ragazza a continuare la serata altrove.

Ripensando ai fatti a mente fredda, rimango abbastanza dispiaciuto. Non per l’aver perso, no, ma soltanto perché nessuno tra gli MC e il notaio si è sentito in dovere di dire qualcosa, né quando il cretino – che a tempo debito ho individuato e ringraziato opportunamente per quanto detto – mi ha urlato contro sornione dandomi della checca, né dopo. Lo hanno considerato normale.

Mi dispiace perché mi sono sentito offeso, prima di tutto per i miei amici gay e lesbiche. In secondo luogo, perché ho capito che la scena italiana del poetry slam non gode di ottima salute. Anzi, allo stato attuale trovo molte difficoltà nel vedere lo stesso entusiasmo e la stessa varietà dei primi tempi, quando mi sono innamorato di questo nuovo mondo e quando ho scelto di farne parte.

Magari un giorno, per strappare qualche sorriso in più o per vendere qualche libro, assisteremo ad una performance in cui sarà considerato normale sfoggiare monologhi su quanto i neri puzzino o su quanto sia bello picchiare le donne.

Esagero, ma per adesso le cose stanno così. Ci vorrà un po’ di tempo, ma faremo il possibile, senz’altro anch’io farò la mia parte, per cambiarle.

Cosa sarebbe del resto il comico, senza il tragico? Sanguineti, a mani alzate, non può che darmi ragione, e ridere.

Glossario per i non addetti ai lavori:

  1. Temporary Autonomy Zone
  2. Sotto-genere nato nell’ambito dell’hip-hop e del free-jazz statunitense
  3. Lega Italiana Poetry Slam
  4. Termine anche questo derivante dal rap, che qui sta per Maestro di Cerimonia
  5. “Atti Impuri” è anche una rivista alla quale collaborano, tra gli altri, Nanni Balestrini, Sergio Garau, Cecilia Bello Minciacchi, Tiziano Scarpa.