Opporre Opposizione – Mostra di poesia visiva

“La poesia, per me, esiste solo come lotta, come opposizione a qualcosa. Opposizione ideologica, opposizione politica, opposizione linguistica”.

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– Sarenco

Nell’odierna dispersione di senso, noi rivendichiamo la necessità di dis-sentire con una mostra di poesie sparse, disperse, disossate, esplose e ricomposte in tempo binario – realizzate con stralci di linguaggio “rubato” a quello che Mc Luhan chiamava “il ready-made di ogni giorno”: l’articolo di giornale. Le immagini e le parole qui contenute sono state già “consumate” dai lettori, eppure trovano una nuova forza grazie alla capacità propria di tutta la poesia di ribaltare, ri-significare un discorso che, a volte, può essere pieno di luoghi comuni e tabù – e che invece noi rifiutiamo attraverso l’uso creativo del montaggio che trasforma la serialità in unicità, l’originalità in feticcio, il pensiero in azione. In questo modo, giornali in scatola “inesistenti” (e proprio per questo, ancora più urgenti) trovano il loro spazio nell’atelier CP.
L’esposizione dei giovani artisti visivi sarà accompagnata dalla performance di Renata Bolognesi e dalle letture di alcuni autori del collettivo Neutopia – Piano di fuga dalla rete.

Maggiori informazioni sull’evento.

La “mia” Torino

Devo ringraziare per questo testo Charlie D. Nan,
che ha fissato la prima stesura del “soggetto”
– originariamente in forma di sceneggiatura –
il 06/02/2017, giunto adesso a forma compiuta.

 

(Esterno Notte).
Discutibile ascesa di piccioni in volo.
Un gruppo di ragazzi skatano
sotto la statua di Carlo Alberto.
Uno di loro tenta la scalata
per far colpo sulla giovane bella.
Allora C. A. si anima e s’incazza.

. «CONOSCI TU LA STORIA
DELLA MIA FAMIGLIA?»

. «SÌ. ERAN TUTTI COMICI
DELLA TELEVISIONE».

. «COME OSI, PIVELLO?
ALMENO IO
NON VADO IN GIRO
SU UNA TAVOLA SIFFATTA!»

. «MA SMETTILA.
NON SEI NEANCHE UN EROE
DI GUERRA (LE ZAMPE DEL
CAVALLO, SI VEDE)».

. «VERGOGNATI!
CONOSCI, ALMENO,
LA MIA TORINO?»

. «SE LA CONOSCO?
MEGLIO DI TE,
CHE SEI MORTO!»

. «BENE, ALLORA MONTA.
TI FARÒ VEDERE IL REGNO
COME NON L’HAI MAI VISTO».

– E i due cominciarono
per via Po ad avanzare
sul maestoso animale, ma
“Niente da fare”
– disse la Municipale.
“Qui non si circola a cavallo
senz’autorizzazione”.

. Così, fecero la multa al Re
e sequestrarono il quadrupede.
«DIO FA’!» – imprecò C. A.,
sempre più afflitto,
ignorando il fatto
che dio era morto

E noi l’abbiamo ucciso!
– come avea scritto
quel baffuto signore (un artista)
che abitava, un tempo, quelle vie.

“Oh, come siam felici
noi uomini di conoscenza,
posto che si sappia
tacere abbastanza a lungo!”[1]

E vide il cavallo
in Piazza Carignano
fustigato dalla celere,
così l’abbracciò, piangendo

Ma questi era tornato di bronzo
e non potea fare più un passo
– forse, anche per questo,
l’aveano rinchiuso in ospedale

Quell’anziano signore pazzo
che solea firmarsi
DIONISO – IL FORTE
O L’ANTICRISTO

Allora, ancor più sconfortato,
C. A. sospirò mesto:
«È proprio vero – non è più
la MIA Torino!».

Un punk a bordo strada
gli domandò una sigaretta
e lui gliela negò,
facendosi strada fra le auto

– allora egli imprecò,
tornò al semaforo e fece
due o tre piroette
giocolando con le palle

E coi soldi raccolti
prese un trancio di pizza
dal kebabbaro a fianco
e lo divise con un clochard.

– Vedendo tale scena,
C. A. ne fu commosso
e capì che qualcosa
era rimasto:

la solidarietà tra uomini
– folli, sì, disperati, certo,
ma uniti dallo stesso
identico destino.

Il suo granitico cuore
si avvedette e si sciolse,
una lacrima di calcare
gli lastricò il volto

Così, sereno,
riprese posto
nella piazza che ancora
porta il suo nome.

I giovani di prima, intanto,
per trasportare il cavallo,
piazzarono gli skateboard
sotto le zampe.

Così, costeggiarono Piazza Vittorio,
mentre le orche sfiatavano
i Murazzi dalle acque del Po
e i palazzi crollavano.

Davide Galipò
Torino, lì 13/02/2017

[1] Tratto dalle “Lettere della follia” inviate da F. N. a Torino

Pdf. scaricabile qui.

Uscire di scena

Voi dannatissimi
e VOI carcerieri
(se oggi somiglia a ieri)
la “colpa” è malriposta:
è vostra la causa!

Da EpitaffIo, 2015

Sulle ragioni che mi hanno spinto per alcuni anni a esibirmi nei locali recitando le mie poesie, mi sono già espresso e non ci tornerò sopra.
Innanzi tutto, a scanso di equivoci, voglio precisare che negli ultimi tempi tutto ciò che riguarda il «performante» o «performativo» ha  dominato il dibattito su una questione delicatissima com’è la poesia, e questo ha finito per svilire, a mio avviso, il dibattito stesso. Ciò è avvenuto per lo più in contesti, occorre dirlo, in cui si era già poveri di argomenti e dove qualunque altro tema di rilievo veniva appiattito ad una mera questione di gusto: il metro, lo stile, il linguaggio ecc. L’aspetto performativo, allora, veniva a colmare un vuoto (tutto culturale) perché l’unico in grado di mettere tutti d’accordo.
Spesso i poeti stessi non sapevano esattamente di cosa stessero parlando – pochi di loro, infatti, possiedono gli strumenti attoriali necessari a distinguere una pausa da un respiro – ciononostante, ognuno di loro trovava il proprio modo, a volte brillante, di concepire la «performance» e ciò che ne poteva conseguire. Quel che automaticamente veniva messo in secondo piano, invece, e che dovrebbe contraddistinguere il mestiere del poeta, è il lavoro di ricerca sul testo vero e proprio. Oralità non significa una confusa entropia con lo sfogatoio di ogni giorno; l’ars oratoria doveva essere, almeno nelle intenzioni, quanto di più dissimile e distante da quella «oralità di fondo» che, al contrario, minaccia ogni discorso poetico possibile.

Oralità non significa una confusa entropia con lo sfogatoio di ogni giorno; l’ars oratoria doveva essere, almeno nelle intenzioni, quanto di più dissimile e distante da quella «oralità di fondo» che, al contrario, minaccia ogni discorso poetico possibile.

Sull’argomento la questione è aperta: vale a dire stabilire a che punto sia arrivata la ricerca italiana, tracciare una linea e da qui ripartire (per approfondire, consiglio di leggere Biagio Cepollaro, Tra poetiche e politica: una cultura critica da ricostruire).
Personalmente, noto che la reazione è ovunque. Un tardo-crepuscolarismo di maniera e un decadimento degli stessi temi introdotti dalla scapigliatura sembrano avere occupato l’immaginario contemporaneo, facendo tabula rasa della lezione neoavanguardista cominciata dal Gruppo 63, da molti criticata perché definita «una scuola senza eredi» .
Ciò che oggi salta all’occhio è la scomparsa di un tessuto culturale sistematico e compatto (complici anche vent’anni di berlusconismo): venuta meno l’industria, non si pubblicano più i poeti contemporanei, i quali – come i colossi editoriali non si stancano di ripetere – occupano appena il 6% del mercato. Risulta perciò onestamente difficile immaginare che cosa avrebbero fatto un Emilio Villa, un Adriano Spatola, un Edoardo Sanguineti (solo per citarne alcuni) per reagire all’impasse culturale odierna: forse anche loro avrebbero ceduto alle lusinghe dell’auto-produzione di costosissimi oggetti d’arte (leggasi «libri di poesia»)?

Risulta onestamente difficile immaginare che cosa avrebbero fatto un Emilio Villa, un Adriano Spatola, un Edoardo Sanguineti  per reagire all’impasse culturale odierna.

Difficile dirlo, appunto.
Dal canto mio, posso affermare unicamente che la poesia, nel complesso panorama nel quale viviamo, resta anti-capitalista e svolge un ruolo di sovversione, spostamento dell’asse verticistico dell’esistente.
Persiste a questo punto la domanda se sia legittimo o meno far rientrare la «performance» di poesia nell’edulcorata sfera delle arti spettacolari, e con ciò intendo se sia giusto far rientrare la poesia in una dimensione di intrattenimento.
La mia risposta è no. E non per la volontà di non fare arrivare il mio verso ad un pubblico ampio (per quanto ampio possa essere il pubblico di una lettura di poesie), quanto perché, se voglio continuare seriamente il mio lavoro di ricerca sul testo, non posso esibirmi. La lettura ad alta voce dei miei testi o la registrazione di alcuni di questi fa parte della mia ricerca poetica, che si basa, in continuità con la lezione della neoavanguardia, sul superamento dell’io e sull’uso scientifico della divulgazione dei mezzi propriamente poetici attraverso l’uso della parola, ma NON il lavoro di interpretazione del testo stesso. Quella è una dimensione di carattere attoriale che, a volte, ho fatto mia per scopi puramente divulgativi – fossero questi artistici o musicali – ed è giusto che rimanga tale.

È questo il motivo per cui smetto di leggere le mie poesie in pubblico. Come mi ha involontariamente suggerito un poeta di Trieste del quale non farò il nome, è arrivato per me il momento di tacere, almeno fino a quando non si sarà scritta un’opera «degna di essere letta».

Davide Galipò
Bologna – 4/2/2017

Certificati d’esistenza per animi incendiari

Certificati d’esistenza per animi incendiari:
vuoti d’essenza, nell’assenza di un pensiero,
farsi posto, Vergine, tra le macchine.

Seminari d’ignoranza per antiparassitari
e pranzi a ferro e fuoco,
le prossime domeniche.

Amico ti ringrazio per la solitudine,
perché sostando ho trovato la scrittura
e con essa mi sono riappropriata del pensiero.
Madre ti ringrazio per gli schiaffi ed i rimproveri
seguiti dai “ti voglio bene”,
perché così ho imparato l’alternanza di gesti e parole.
Amica ti ringrazio per i baci
seguiti dai “lasciamo perdere” – seguiti dalle lacrime,
dai “riproviamoci” – “è stato un errore”.

Certificati d’astinenza per gli orgasmi mancati
radunarsi spiccioli sotto un’unica voragine
seguita dal freddo delle costellazioni e dai Pianeti.

Ora spingi il carrello del supermarket,
scegli quello che duri di più e costi meno,
spingi la faccia contro il cartello della mostra:

l’Arte è un cadavere e noi celebriamo il suo funerale,
l’amore è guasto corrotto insicuro,
per te questo è marketing e non morte precoce.

Ma quand’appiccheremo l’incendio,
non avremo più
nessuna parola!
nessuna parola!
nessuna parola!
nessuna parola!
nessuna parola!

Nessuna parola per descrivere adeguatamente il piacere
sottile che taglia la carne,
la mia pelle brucia e scoppia e ribolle.

Bile cola sul marciapiede,
unita alla vertigine di un pensiero vergine:
“Chissà cos’ho provato quando venivo al mondo?”

Quando non trovavo le parole per l’ingombro,
né per questo senso di perenne farabutto
coito erosionale interrotto che sale.

La mia nascita
dev’essere stato l’orgasmo migliore di mia madre
(per questo lo ricorda così bene).

Ecco le sirene cantare
(mi riportano da dove provengo):
Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

In ospedale.
Ti prego, Amìr, non farmi morire.
Ho bisogno di te. Ne ho bisogno adesso.
Ti porto a scoprire le opere di Ziba Karbassi,
ti porto a sentire la suite di Chopin,
ti porto a… ti porto… ti_|

PDF qui.

LeParole – Volontà Di Vivere

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(Clicca sull’immagine per accedere al singolo)

Immersi sempre più a fondo in un mondo meta-linguistico, nel quale non c’è spazio per niente di “sensibile”, LeParole decidono di prendere vita dalla collaborazione fra Toi Giordani e Davide Galipò nel 2015. Testi accumulati nelle raccolte precedenti prendono corpo e voce in arrangiamenti sperimentali scanditi da battiti a ritmo di bit. I riferimenti del duo sono molteplici e vanno dagli esempi migliori della musica indipendente contemporanea a Nietzsche. La spoken word, diversa dalla forma canzone, si fonde qui con la forma poetica tradizionale ed è frutto, attraverso l’utilizzo di sample, rumori e campionature, di rimescolamenti e storpiature provenienti dal mondo reale, interviste del passato e clamori del presente.
La prima data dal vivo risale all’aprile dello stesso anno, quando si esibiscono al centro sociale XM 24 (festival CUBOVISION, serata PrendiParte). Nel frattempo, il progetto si evolve e si aggiungono altre date come quella per la presentazione della mostra “ViCoL0” al Modo Infoshop di Bologna. A inizio 2016 si unisce al progetto Lorenzo Mariano, già tastierista negli Alan Moods e vecchia conoscenza di Toi e di Davide. Lollo arricchisce con melodie e synth i suoni e i testi già presenti e insieme i tre scelgono di partecipare al Premio Alberto Dubito di poesia con musica (per il quale saranno selezionati tra i quattro finalisti in gara quest’anno, e dove suoneranno, il 16 dicembre, al CSOA Cox 18 a Milano). A giugno 2016 aprono le sessioni estive delle serate di ZooPalco.
“In un mondo in cui le parole non hanno più significato, noi pensiamo seriamente che il linguaggio sia un’arma potentissima, che la poesia e la musica possano avere un ruolo per destrutturare, smontare e dare un senso nuovo, contrapposto al potere. Dove termina il linguaggio, poi, comincia la vita”.

“Volontà di vivere” (2016) è il sunto di un anno di gestazione tra Bologna e Torino ed è il primo EP della band.