Lotta infinita

A un referendum per l’indipendenza catalana
somiglia il mio amore.
“Io sarò libero e indipendente”, dice sempre.
Allora perché, quando la vedo,
mi tremano ancora le gambe?

A un referendum per l’indipendenza catalana
somiglia il mio amore.
“Non avrai altro amore all’infuori di questo”,
dice a sé stesso,
“non avrai un altro amore più grande del mio”.

Eppure è osteggiato, incostituzionale,
impedito, ha il volto insanguinato
e due o tre dita rotte, però resiste
nel 93% degli aventi diritto

ed è terribile, ed è atroce, è una lotta infinita,
ed è tutta la mia vita, che non si esaurisce,
mai

(spoken word e montaggio: Ivo De Palma)

Ode ad A

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Canzone dell’amore perduto,
canzone dell’amore ritrovato, poi perduto
e ritrovato, nuovamente.
Riverso nella città di Pessoa ripenso a te,
Tabucchi martella le tempie
e Pereira non mi sostiene.
Fuggo dalle retoriche del calcio,
dall’ultima parola lieve,
dalle derive orgiastiche
e dagli itinerari letterari.
Amor a nulla ho amato,
amor perdona,
ma una poesia-fiume ti dedicherò.
Abbiamo degli ottimi shottini d’autostima,
camere semi-ammobiliate da 6 brande ciascuna,
una chitarra nel cortile e bionde birre e fate
;
No, grazie.
Circondato da superficialità,
è caldo asfissiante misto a rabbia
e disidratazione da campo profughi ciò che sento;
a digiuno delle tue mani,
penso agli angoli della tua bocca, quando sorridi
farsi taglienti e sottili.
Ore di camminate sparse sotto il sole cocente
che allegro non è, Allegra non c’è,
non è mia l’allegria di questo giorno
che incendia le teste, fa scoppiare i copertoni,
le vesciche, le vene varicose.
Porta tu ciò che serve.
Io voglio solo tornare a casa.
Non ho voglia di fuggire,
sono stanco di cercare:
dove sei?

I tuoi occhi incavati
testimoniano le lacrime
che scorrevano,
lungo le tue vie.
Ora l’asfalto si sfalda
e da Palermo a Messina
Falcone muore, con Borsellino
e tutte le Anna di Peppino.
Ma se Amore Non Ne Avremo,
per quanto io possa dimenticare,
tu ritornerai sempre,
le mie ossa sicane incontreranno
il tuo nordico sguardo,
universale nelle viscere.

Ciò che divide.
Ciò che unisce.
Aperta di mente
e chiusa di carattere,
abbracci moltitudini.

Mentre io, non sono che uno.
Non posso che farmi diverso,
essere diverso ogni giorno,
per non stancarti mai.

Così potrai riconoscermi,
scavando entro le costole,
riconoscerai i solchi,
saprai le cicatrici,
e tutte le imperfezioni.

La mano saprà
cos’è che manca e dove.
Un gioco antico come il male.
Così ti unirai a me, smaniosa.

Prendimi quand’è ora.
Ci vediamo alle porte di Apolide.
Ci vediamo alle colonne d’Ercole.
Ci vediamo laggiù, dove sai.

Buongiorno Luna

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Le cime dei tetti, ora
reclamano una Luna assente.
Il suo nome mi rallegra
e mi rattrista al pensiero:
natura di satellite
che gravita, leggero,
trasognante corona,
trapunta di sogni agitati
la città dormiente.
Apparente è la mia calma,
ma dentro
ho tumulti di passioni
e inverati desideri,
che mai affievoliscono
la luce del Suo viso.
Ogni volta che l’ho vista
illuminarsi, avrei voluto
che m’irradiasse
con la sua sola presenza.
Domani sarà un sole perfetto,
ma io vorrò sempre la Luna.
Così, intrepido, aspetto
che sia lei a manifestarsi,
ancora:
ha la dote di sparire
nei momenti in cui di lei
avrei bisogno, e l’attendo,
nascosto, fra i cunicoli,
sperando
che venga a trovarmi
quand’è giorno.
La fine di un amore
somiglia a certi film smielati
di cui evito lo sguardo;
ma il riflesso d’un amore
mai iniziato
è come essere rimasto fuori
alla prima che aspettavo,
da un anno.
Fior di paragoni
e rimandi letterari
non reggerebbero il confronto
del sentimento che ora provo.
Come il marinaio sto
di vedetta a scorgerne il profilo
ora vecchio, ora nuovo.
Ha l’animo infantile
e un sorriso da Parnaso.

Io non riesco
a distogliere lo sguardo:
io la cerco
e non la chiamo.
Ho bisogno di vederla,
più del mare, per placarsi
e tornare, poi, alla quiete.
S’io fossi fiume
inonderei le strade,
reclamandola a gran voce.
Ma i suoi occhi sono pozzi,
che non lascian trasparire
tormento, né abitudine.
Ch’io possa esser dannato
per non avere i mezzi
per meritare
una Luna così piena!
Maledico il giorno in cui
non vi sono salito,
avendola ad un palmo.
Perché penso, perché scrivo?
Perché sono
così poco animale
e così – tremendamente –
umano?

Professione, musa

Unica via del Cosmo
prosegui maestosa
placida nel tuo furore di stella
a Brodway, a Bollywood
in tutte le lanterne
su tutti i cornicioni
– ad ogni angolo, ad ogni faro
tu calchi i palcoscenici, diletta –
resisti a reminiscenze
riecheggi lontana, elettrica
risuoni negli immaginifici prosceni
di drammi drammaturgici
rigurgitanti siderurgici paesaggi
piscine di nervi e colon stretti
sorrisi a trentacinque denti
e cocktail-party
mastichi frasi apparenti d’orgoglio
e abbandoni i ricordi
le sacre vie illuminate dai luminari
senza licenza
mormori sconcezze al telefono
e ridi
ridi di gusto nel tuo mantra osceno
e ho avuto crisi di convulsioni
se non risentivo la Tua soave voce
claudicante e Musa
rimbalzare fra le pareti
suoni segreti a me sì vicini
da ricordarmi chi ero
il bene che mi vuoi e l’amore mio
Infinito, spacciato
spaccarsi a terra spicciolo
calpestato dai piedi in fuga
avvezzi alla fretta, alla nostalgica
genuflessione della memoria.

Ora riparti, fulgida
senza attendere commiati
e te ne vai, senza voltarti
ballando sull’asse
che da Istanbul a Kiev al Cairo
ti porterà nello studio di un altro
ennesimo aspirante artista pazzo
incompreso, ma premuroso
insicuro e bisognoso delle tue cure
delle tue pere d’autostima
dei tuoi pompini all’occhiello
con fedina morale.

Lui ti metterà una pistola in mano
e ti pregherà di riportarlo
nell’edulcorato mondo delle idee
che Tu e Tu soltanto puoi indicargli
con la Tua voce,
le Tue movenze, i Tuoi consigli
– atroce e crudele come non mai
saprai ben dirgli:

“Non oggi,
macchieresti il mio tappeto
e poi per cosa?”
“Quando ti ho conosciuto
non avresti distinto
un Picasso da un Rembrandt,
e adesso vuoi ammazzarti?”
“Troppo comodo, tesoro”
“Stai buono, ti passo i pastelli
ti dò questo grande foglio
ecco, così, sì, dai, sfoga, da bravo”.

E lui ti guarda, ed io lo guardo
e guardo Te che fai cerchi intorno
e penso a tutto il male
e penso a tutto il bene
che l’Arte della sofferenza
continua a fare in questo mondo
che a volte, per troppo zelo
smette di apparirci
come l’unico possibile.

Piazza Grande

Sembra ieri, in Piazza Grande,
tra sconosciuti suoni e differenti lingue
in cui il pensiero langue, ilare,
vestendo l’emozione
di troppo unanimi atmosfere,
in strade secondarie al quadrilatero
(zero panni stesi e gente a carico)
e cerchi di persone nell’esercizio antico
della democrazia
(perduta garanzia d’avere voce),
donne su trampoli e uomini soli
in cerca di molteplici doni,
tra l’ esortazione e ‘l chiaro bisogno,
mongolfiere di sapone e teste d’aria
a seguir l’ignota umana traiettoria,
che come pianeta errante, vaga.

“Qualcuno dovrà pagare
per tutta la bellezza”, dicevi,
prima di rincorrere la luce del tramonto.
Adesso come allora, passate le diciotto,
tutto tace, finale aperto, la storia muta,
famiglie fanno ritorno alle rispettive case
per non subire il fascino della sera,
che torbida e cieca incombe tra le luci
– rumori d’automobili, autobus in differita
e solito trantran di bici a far da sottofondo.
Ma ecco, a orario-aperitivo ricomincia il flusso
di studenti e soliti inguaribili romantici,
brindisi al nulla, tintinnio di bicchieri.

“Ti han mai baciato a testa in giù?”
“È naturale”, rispondevi
ed io ti avrei staccato la testa dal collo,
sfiorandoti con dispotica dolcezza,
ché poi è tutta una questione di azione/reazione, no?
Perdita guadagno attivo-passivo e sensi di colpa,
“Il teatro è matematica” e tutte le stronzate postmoderne
e il Nettuno sempr’n piedi, sempr’n piedi
a contestare il nostro modo di stare al mondo
e noi a fottercene fieri di non si sa cosa né perché.

“Ora basta”, mi dicevi.
“Non vedi che ci guardan tutti?”
“Son così sentimentali”, rispondevo
– la testa in sommossa e le ossa incrinate sulla fontana
che scalavo come un monte tra gl’occhi attoniti,
la merda di piccione e la camionetta dei militari che rattattattattà!
“Questo non è uno scherzo: scendi subito o muori!”
e poi le persone, cazzo le persone.

Ora la Luna è un grande orologio senza tempo
che non sa che farsene delle mie odi lamentose;
avevi ragione anche su questo:
ho perduto perché ho creduto
di poterle resistere, senza abbandonarmi.

Ma ora basta, chiudo il capitolo
end fìn ende – e m’avvio a conclusione:

sembra ieri, in Piazza Grande,
quando la curiosità era speculare all’attrazione,
quando la mia estraneità era a parte di tutto
e di tutto era già parte.