Non è questo il tempo

Così, quando l’ultima sigaretta
è accesa
e la luce della lampada separa
nettamente
il pulviscolo dall’ombra,
così io mi sento: colpevole
di un’esistenza muta,
silente di fronte all’ingiustizia
compiaciuta, se ancora è questo
il termine, della propria
finitezza – perciò mi rifiuto,
perciò mi scopro
addirittura ridicolo o superbo
nel mio modo di non guardare
il mondo, ch’io non riesco
– nessuno potrebbe –
a ridefinire “grande”
o meritevole di progresso.
La mediocrità, la stessa
che, indebita, mi uccide
ci salva la vita, assicura
le macchine e tira le cinghie.
Ciò che va fatto,  quando
e dove? La riprova del sospeso,
in un tutt’uno sopra l’unico,
autentico dovere. Spazzare via,
spezzare la catena dell’istinto
padronale, questo solo
occorrerebbe, ora.
Ma non è questo il tempo:
dormi, riposa.
Tornerà loro il disgusto
verso la propria bandiera.
Capiranno, ancora,
che non v’è nessuno sull’altare.
La mina salterà
sotto la loro prole.
Di nuovo capiranno, esasperati,
che qui si lotta o si muore
e che il mostro va sconfitto
per esistere, creare.
E non è questo il tempo,
credimi, neanche
degli dèi: si sono stancati
financo di comandare.
No, semmai
questo è il tempo
dei troppo dominati per dispetto,
dei fuor di comodo
e dei piedi di piombo;
nessuno rischia, nessuno vuole,
poiché il destino ha spalle larghe
e un cuore grande da succhiare.
Non siamo all’altezza, noi.
Non attendiamo nessuna risposta:
nichilisti per esclusione,
questa è la casa, la terra e il sangue.

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Lettera dai posteri

Di loro si dirà:
scrivevano molto,
parlavano
poco – a volte
insultandosi, per

[scoprire chi l’aveva più lungo

[il sapere]:

dell’epoca diranno

[se ci sarà chi dirà, ancora]

: “erano tempi bui”,

“nessuno aspettava l’aurora”,

[e per fortuna]

“serviva un cambio di rotta”,

“qualcuno che mettesse
tutti e tutte al loro posto”

[da appendere, poi, insieme al crocefisso,

in piazzale Loreto

col papa e la regina].

Di loro si dirà: erano “per”

erano “contro”

– erano rimasti a guardare –

avevano dissentito.

Dell’epoca diranno:

tutti davano a tutti

appuntamenti

[li chiamavano – eventi]

ma poi nessuno

partecipava davvero

[se non a livello nominale]

un blando interesse

velato d’amici immaginari.

Di loro si dirà:

“erano pazzi” e – forse –
“erano soli”.

Mettevan gli ‘a capo’

ne’ discorsi

e nei loro culi, cazzi

andati a capo, ancora

[credevan di poetare].

Nessuno lavorava,

ma avevano tutti

un posto in cui dormire;

il capitalismo era finito

e pur di non ammetter la

[sconfitta

lo si manteneva in piedi

lo si foraggiava col sudore

– non veniva pagato nessuno, davvero –

nessuno rischiava davvero la fame

– ogni tanto qualcuno se ne andava,

a guardare la luna

dall’altro lato del fiume –

fingendo di deriderci

ma in realtà invidiando

i nostri corpi giovani

ancora capaci

di affrontare la piena,

mentre loro,

contorcendosi,

affogavano.

“Mandateci una barca!”,

urlavano

e noi, dall’altra parte,

guardavamo

per nulla preoccupati

cantavamo:

“abbiamo solo braccia”

“abbiamo solo bocche”

“abbiamo solo gambe

e camminiamo”.

Il giorno dopo

fummo presi da ulcerante

commozione al pensiero

di essere rimasti soli

e che eravamo noi,

gl’eredi: adesso toccava

a noi

ricucire

gli

strappi

nel

cielo.

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Immagine dalla performance di Salinika al Teatro Garabato