DELL’IMMATERIALE

1. Il vuoto e il pieno. I vostri corpi qui oggi si stanno opponendo alla sordida legge dell’Universo che vuole che tutto sia statico, prevedibile contenitore di nulla; noi siamo l’eccezione, la particella esplosa, la molecola in divenire, la vita. Questo magnifico capovolgimento di eventi s’interpone tra il vuoto di questa stanza e la vostra sola presenza.
Cosa vorrebbero significare altrimenti i cinema, i teatri e le sale da ballo novecentesche, se non varianti di questa legge antica come la fisica?
Quando occupiamo uno spazio lo riempiamo, ci immergiamo in esso e ne consumiamo l’aria; trasmettendo alle pareti la nostra energia, lo rubiamo al silenzio. Destrutturandolo e ricomponendolo, ne assicuriamo il ricambio.
Ma c’è più di questo, ed è ciò che intendevano i noveaux realiste quando, nel loro manifesto, scrissero a proposito di “identità collettiva” e “nuove percezioni del reale”: prendere l’arte e portarla al suo linguaggio essenziale, originario. Allora l’oggetto in questione non sarà più pittorico o scultoreo, frutto di un’installazione o di un assemblaggio, ma la nostra stessa vita[1].
Quest’approccio all’esistenza come atto creativo, sublimazione della realtà a scelta estetica e controllo delle parti che la compongono, conduce a due vie diametralmente opposte: da un lato abbiamo il concettualismo radicalizzante di Klein [1] – pittore “immateriale” per eccellenza – dall’altro arriviamo all’eccesso, al sovraccarico di elementi di Arman [2] – il quale, al contrario, lavorava sull’accumulo.

Per raggiungere il risultato utile a ciò che intendo esprimere, però, sposteremo l’attenzione da questi due estremi a un piano differente.

2. Cellophane, impacchettare tutto. Nostro obiettivo primario è aggiungere una riflessione alla nostra condizione attuale di corpi occupanti, per divenire menti, vasi comunicanti fra loro. Quale stratagemma migliore che rappresentare la transizione da vuoto a pieno, da concetto a oggetto?
Per farlo ci serviremo del cellophane – magari lo stesso che vostra nonna utilizzava per conservare il suo salottino borghese – materiale che rimanda alla messa in pausa, al declinante scorrere del tempo, ma anche, d’altro canto, alla protezione di qualcosa che sta per essere rinnovata, in un luogo che sta per diventare altro da sé, magari attraverso una mano di vernice.

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3. Il respiro collettivo, poesia comunicativa. Quanti di voi potranno dire di essere venuti qui stasera per ascoltare una poesia? Ebbene, non avverrà niente del genere. Scommetto che molti tra i presenti hanno scritto qualcosa durante la propria vita, se non valido per la critica letteraria, quantomeno bello da un punto di vista estetico. Questo fa di voi dei veicoli di bellezza. Come scrisse Isidore Ducasse, conte di Lautréamont: «La poesia dev’esser fatta da tutti. Non da uno».
Vado ora a descrivere le parti che compongono la performance: i vostri corpi sono in fibrillazione, accompagnati dal naturale disagio suscitato da qualsiasi esperienza extra-quotidiana; siete avvolti da una coltre di nebbia che rende impossibile distinguere il viso del vostro vicino; i nostri microfoni e i nostri ripetitori renderanno percepibile ogni sibilo, ogni respiro, ogni colpo di tosse. A partire da questo momento, ogni vostra parola sarà udibile da tutti contemporaneamente.
Il nostro musicista vi accompagnerà in un crescendo di musica elettronica. Alla fine non vi resterà che chiudere gli occhi e godervi lo spettacolo.


[1] Così Klein nel 1959: “La pittura contemporanea per me non si riferisce più all’occhio, ma all’unica cosa in noi che non ci appartiene: la nostra vita”.

Performance a cura di Davide Galipò, Sebastian Recupero, BEANK Project
Musica di Onan
Fotografie di Cristiana Piraino
Voci di: Sebastian Recupero, Francesco Natoli, Paola Pagliano, Maria Catena Lassarà, Chiara Fratantonio, Pietro Avola, Stefania Albertini, Milena Bari, Roberta Ioppolo, Franco Castiglione, Nunziella Accetta, Vincenzo Gaglio, Maria Scalisi, Caterina Stancanelli, Simona Bonsignore, Alessandro Coviello, Giuseppe Consolo, Rosamaria Natoli, Giulia Conoscenti, Caterina Romana, Antonella D’Amico, Maria Concetta Abramo, Roberta Di Bartola, Stefania Faranda, Simone Corso, Enza Stroscio, Milena Sidoti, Benedetta Aiello, Annamaria Giunta, Rosita Coppolino, Claudio Golino, Laura Giuttari, Martina Galipò, Roberto Gammeri
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Uscire di scena

Voi dannatissimi
e VOI carcerieri
(se oggi somiglia a ieri)
la “colpa” è malriposta:
è vostra la causa!

Da EpitaffIo, 2015

Sulle ragioni che mi hanno spinto per alcuni anni a esibirmi nei locali recitando le mie poesie, mi sono già espresso e non ci tornerò sopra.
Innanzi tutto, a scanso di equivoci, voglio precisare che negli ultimi tempi tutto ciò che riguarda il «performante» o «performativo» ha  dominato il dibattito su una questione delicatissima com’è la poesia, e questo ha finito per svilire, a mio avviso, il dibattito stesso. Ciò è avvenuto per lo più in contesti, occorre dirlo, in cui si era già poveri di argomenti e dove qualunque altro tema di rilievo veniva appiattito ad una mera questione di gusto: il metro, lo stile, il linguaggio ecc. L’aspetto performativo, allora, veniva a colmare un vuoto (tutto culturale) perché l’unico in grado di mettere tutti d’accordo.
Spesso i poeti stessi non sapevano esattamente di cosa stessero parlando – pochi di loro, infatti, possiedono gli strumenti attoriali necessari a distinguere una pausa da un respiro – ciononostante, ognuno di loro trovava il proprio modo, a volte brillante, di concepire la «performance» e ciò che ne poteva conseguire. Quel che automaticamente veniva messo in secondo piano, invece, e che dovrebbe contraddistinguere il mestiere del poeta, è il lavoro di ricerca sul testo vero e proprio. Oralità non significa una confusa entropia con lo sfogatoio di ogni giorno; l’ars oratoria doveva essere, almeno nelle intenzioni, quanto di più dissimile e distante da quella «oralità di fondo» che, al contrario, minaccia ogni discorso poetico possibile.

Oralità non significa una confusa entropia con lo sfogatoio di ogni giorno; l’ars oratoria doveva essere, almeno nelle intenzioni, quanto di più dissimile e distante da quella «oralità di fondo» che, al contrario, minaccia ogni discorso poetico possibile.

Sull’argomento la questione è aperta: vale a dire stabilire a che punto sia arrivata la ricerca italiana, tracciare una linea e da qui ripartire (per approfondire, consiglio di leggere Biagio Cepollaro, Tra poetiche e politica: una cultura critica da ricostruire).
Personalmente, noto che la reazione è ovunque. Un tardo-crepuscolarismo di maniera e un decadimento degli stessi temi introdotti dalla scapigliatura sembrano avere occupato l’immaginario contemporaneo, facendo tabula rasa della lezione neoavanguardista cominciata dal Gruppo 63, da molti criticata perché definita «una scuola senza eredi» .
Ciò che oggi salta all’occhio è la scomparsa di un tessuto culturale sistematico e compatto (complici anche vent’anni di berlusconismo): venuta meno l’industria, non si pubblicano più i poeti contemporanei, i quali – come i colossi editoriali non si stancano di ripetere – occupano appena il 6% del mercato. Risulta perciò onestamente difficile immaginare che cosa avrebbero fatto un Emilio Villa, un Adriano Spatola, un Edoardo Sanguineti (solo per citarne alcuni) per reagire all’impasse culturale odierna: forse anche loro avrebbero ceduto alle lusinghe dell’auto-produzione di costosissimi oggetti d’arte (leggasi «libri di poesia»)?

Risulta onestamente difficile immaginare che cosa avrebbero fatto un Emilio Villa, un Adriano Spatola, un Edoardo Sanguineti  per reagire all’impasse culturale odierna.

Difficile dirlo, appunto.
Dal canto mio, posso affermare unicamente che la poesia, nel complesso panorama nel quale viviamo, resta anti-capitalista e svolge un ruolo di sovversione, spostamento dell’asse verticistico dell’esistente.
Persiste a questo punto la domanda se sia legittimo o meno far rientrare la «performance» di poesia nell’edulcorata sfera delle arti spettacolari, e con ciò intendo se sia giusto far rientrare la poesia in una dimensione di intrattenimento.
La mia risposta è no. E non per la volontà di non fare arrivare il mio verso ad un pubblico ampio (per quanto ampio possa essere il pubblico di una lettura di poesie), quanto perché, se voglio continuare seriamente il mio lavoro di ricerca sul testo, non posso esibirmi. La lettura ad alta voce dei miei testi o la registrazione di alcuni di questi fa parte della mia ricerca poetica, che si basa, in continuità con la lezione della neoavanguardia, sul superamento dell’io e sull’uso scientifico della divulgazione dei mezzi propriamente poetici attraverso l’uso della parola, ma NON il lavoro di interpretazione del testo stesso. Quella è una dimensione di carattere attoriale che, a volte, ho fatto mia per scopi puramente divulgativi – fossero questi artistici o musicali – ed è giusto che rimanga tale.

È questo il motivo per cui smetto di leggere le mie poesie in pubblico. Come mi ha involontariamente suggerito un poeta di Trieste del quale non farò il nome, è arrivato per me il momento di tacere, almeno fino a quando non si sarà scritta un’opera «degna di essere letta».

Davide Galipò
Bologna – 4/2/2017

Giovedì 30 aprile! PrendiParte – collisione di suoni e parole al tempo dell’occupazione

prendiparte web
All’interno di CUBOVISIONI, evento di due giornate di teatro, videoinstallazione e poesia, grazie al gentile supporto e all’iniziativa della prof.ssa Monica Dall’asta, alla collaborazione musicale di Tommaso Giordani, membro degli Alan Moods e di Mirko Void, esponente del collettivo Stramonium, vi presentiamo la performance musicale di spoken word PrendiParte:

Nicolò Gugliuz e Davide Galipò danno corpo e voce a testi sperimentali e inediti eseguiti su mood elettronici, partendo da un approccio linguistico contestativo della poesia e dei suoi canoni di esecuzione/fruizione rigidamente pre­impostati dalle leggi del consumo culturale. Rivendicando il primato dell’oralità tra le forme di poesia contemporanea, il fine ultimo della spoken word è quello di riportare la dimensione totalmente libera e creatrice del linguaggio ad una sfera comunitaria, condivisa, instaurando un rapporto orizzontale tra esecutore/poeta e pubblico. Una performance poetica che nasce dall’esigenza improrogabile di prendere parte al concertato moderno superando la barriera prettamente artistica, ricollocando l’espressione dei versi nei luoghi in cui un agire poetico libertario può avere vita, dunque nel suo tessuto urbano, fulcro inesauribile di immaginari e di stimoli eversivi.

Macelleria Poetica

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Alle 21:30 di sabato 15 marzo la Macelleria Poetica  aprirà i battenti presso La bottega instabile in via Rialto 13.

Nel mezzo del mare urbano bolognese, un piccolo faro sperduto ha svolto il ruolo di non-scontato luogo comune, piattaforma di partenza per esperienze e biografie traverse. Centro gravitazionale di questa nuova ondata di giovani equilibristi della parola è ‘La bottega instabile’, cuore pulsante nel bivio di via Rialto.
Il motto qui è partecipazione; presenziare nel proprio piccolo ad un oggi più che mai confuso e caotico.
Una performance poetica in cui dieci funamboli, faccia a faccia con il pubblico presente, si coordineranno nello sforzo di dar voce e corpo ai propri schizzi d’inchiostro.  

Vi attendiamo, famelici.

(Per maggiori info andate qui o qui)