LeParole – Le Lodi Dell’insipienza

Video: Filippo Braga
Voce narrante, testo e regia: Davide Galipò
Composizione, chitarra, drum machine e suoni: Toi Giordani
Synth e piano: Lorenzo Mariano
“Cavalli”: gregge in piazza Verdi, Bologna

Volontà di vivere (2016) è scaricabile qui.

 

LeParole sono armi

 

Il silenzio tra una nota e l’altra è la chiave di volta per capire la musica.
La pausa tra una parola e la successiva: la linfa vitale di ogni poema. Respira;

le parole sono armi. Il linguaggio, il loro campo di battaglia.
Il silenzio, il mio caricatore.

LeParole è il nuovo progetto di musica e spoken word che sto portando avanti da un anno con Toi (chitarre, cori, synth e suoni) e Lorenzo (tastiere, batteria). Fra non molto uscirà il nostro primo ep, “Volontà di vivere”. Il promo è stato realizzato da Vincenzo Campisi de La Maladolescenza ed è veramente bello. Buon appetito.

Sulla salute del poetry slam in Italia

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And now, if you have 5 seconds to spare,
I’ll tell you the story of my life.

– The Smiths, Half a person

Ho sempre pensato che il poetry slam fosse un fenomenale propulsore di nuovi autori e di invenzioni, un acceleratore di particelle poetiche spinte dall’ugola verso l’esterno fin da quando, diciannovenne, sentii parlare per la prima volta di questo mondo underground nato una decina di anni prima.

Era il lontano 2010, alle Officine Bohemien di Torino andava in scena ciò che per gli addetti ai lavori passò alla storia come “La lizza”, ovvero una competizione tra poeti che recitano testi propri di fronte ad un pubblico che decreterà chi sarà il vincitore. Il poetry slam a Torino non era ancora arrivato o meglio, non si chiamava ancora così, ma i cerimonieri della serata erano sempre loro: Alessandra Racca, Arsenio Bravuomo e (allora sconosciuto per i più) Guido Catalano.

Ricordo perfettamente l’entusiasmo e la cura che erano state messe nell’organizzazione, i volti freschi e intelligenti dei poeti e delle poetesse partecipanti, tra i quali spiccavano dei giovanissimi Davide ‘Scarty Doc’ Passoni, Francesco Deiana e Alfonso Maria Petrosino.

In quel momento non ero a Torino; mi trovavo all’estero per questioni di lavoro, ma riuscivo a seguire le serate grazie alla diretta streaming, che ogni giovedì andava in onda sul sito dell’evento (facebook all’epoca non era così in voga).

Ricordo anche la varietà e la qualità dei testi, la risposta positiva di un pubblico partecipe e aperto alle novità; non l’ingessatissimo pubblico della poesia, ma un pubblico composto per gran parte da profani, curiosi, mondani.

Negli anni seguenti anch’io, dal canto mio, non ho mai smesso di scrivere. A Bologna, dove mi sono laureato in Discipline dell’Arte, della Musica e dello Spettacolo, ho incontrato e preso parte a diverse manifestazioni letterarie insieme ai miei amici Nicolò Gugliuzza, Simone Kaev, Tommi Giordani e molti altri. Lo slam era per noi un riferimento costante, e come il suo inventore Marc Kelly Smith non smetteva di sottolineare, provavamo a stabilire un rapporto con il pubblico che fosse diverso da quello frontale io-che-leggo/tu-che-ascolti, cercando di inventare, giocando, nuove forme di interazione tra oralità e suono.

Tutto ciò è confluito in due anni di intensa attività culturale tra presentazione di mostre, T.A.Z. (1), performance nei centri sociali e nelle librerie indipendenti, serate nei locali e nelle occupazioni. Entravamo così a far parte di un movimento che stava crescendo e che guardava con freddo distacco i percorsi accademici e il Centro di poesia sperimentale firmato Rondoni Inc., che ci aveva sempre trattati con ostilità, che avrebbe voluto tapparci le ali invitando qualcuno di noi ai loro festival, promettendo avvenire rosei nelle loro gabbie autoreferenziali, salvo poi cacciarci o ignorarci quando pretendevamo di più, quando alzavamo la voce, quando manifestavamo l’urgenza dichiaratamente politica di una certa poesia. Quel piccolo mondo antico non ci apparteneva, anzi: noi volevamo abbatterlo. Lo sanno bene i ragazzi dello Zoo Palco e del Wednesday Night Slam, che con le loro jam di musica e spoken word (2) infuocano le mai buie notti bolognesi.

Ricordo bene la prima volta che incontrai Lello Voce, nel novembre 2014, che di fronte ad un accigliato Valerio Grut sosteneva: “La poesia mi piace quando scava, quando suggerisce un’emozione; è come la scopata che ti sei fatto poco fa” – stroncando uno ad uno i poeti ‘da camera’ del Centro sperimentale. Per me fu una rivelazione: finalmente avevo capito che eravamo sulla strada giusta e che quello era il percorso da battere per fare succedere qualcosa. Naturalmente ciò non piaceva e non piace agli statici, ai monetari della poesia di ieri e di oggi.

Con il passare degli anni lo slam è cresciuto e si è affinato: è nata la L.I.P.S. (3), le competizioni lungo la Penisola si sono triplicate e finalmente esiste un regolamento che funzioni a livello nazionale.

Da quando mi sono trasferito nuovamente a Torino in pianta stabile, ho cominciato ad iscrivermi e a partecipare a poetry slam veri e propri. Il primo è stato in Cavallerizza Reale, esperienza per me piacevolissima che mi ha dato la possibilità di crescere e di venire a contatto con il fermento della mia città. Condotto da Deiana, nel frattempo specializzatosi nella veste di MC (4) e da Davide Bava. Poi su e giù da Torino a Bologna, allo slam internazionale di Trieste, alle serate di Crossing Poetry in Alessandria.

Presto ho imparato l’importanza della provenienza, dell’inflessione dialettale, della battuta che, se detta al momento giusto, può aiutare a scaricare la tensione, ma se detta al momento sbagliato fa perdere l’attenzione. Ho fatto il callo nel vedere certi favoritismi, scorrettezze, raffazzonamenti vari, territorialismi beceri che tendono a portare avanti solo gli amici degli amici.

È così che, slam dopo slam, sono giunto alla finale regionale del Piemonte che si è tenuta ieri sera all’Atti Impuri (5) alla Casa del quartiere in San Salvario. Qui ritrovo Alessandra Racca e Arsenio Bramuovo; Guido Catalano invece è diventato famoso, pubblica libri con Rizzoli e riempie i club del nord Italia (buon per lui).

L’atmosfera è tesa come in tutte le finali, lo streaming non funziona e siamo tutti un po’ tirati. Gli unici a ridere siamo io e Bravuomo, che scherziamo amabilmente bevendo un negroni sbagliato. Nel frattempo le persone arrivano, i tecnici montano, conosco Sergio Garau e gli altri del collettivo Spara Jurij.

Comincia lo slam: il salone grande è come al solito pieno di gente, parte il sacrifice di Giacomo Sandron. Non ho avuto il tempo di finire il mio abituale training e ho ceduto il mio posto ad un amico arrivato tardi. Rimango dunque in piedi, un po’ nervoso, per seguire l’inizio della gara.

Vengo sorteggiato per primo. Vado con la mia “Benvenuti all’inferno”, che riceve buoni voti, ma vengo penalizzato di un punto per aver sforato di 35 secondi… Pazienza. Passo comunque in testa. La gara va avanti, ascolto tutti i poeti presenti. “Sarà difficile”, penso. “Sono tutti molto preparati”.

Accedo al secondo turno, ancora una volta vengo chiamato sul patibolo per primo, perché sono l’ultimo in classifica.

Scelgo di fare una breve introduzione. So a cosa vado incontro portando “Urge la ruggine”, un testo contro l’omofobia. Dedico provocatoriamente la poesia a tutti gli omofobi d’Italia. La risposta dell’imbecille non tarda ad arrivare: una voce nell’ombra mi dà del frocio. Raccolgo a mia volta la provocazione e vado avanti, anche se comincio ad essere stanco. La gente intorno a me non ha voglia di ascoltare, lo capisco dai colpi di tosse; i poeti dopo di me hanno una gran voglia di vincere. Sto dicendo versi a vuoto.

Ancora una volta ricevo dei buoni voti dalla giuria, ma vengo penalizzato di 0,5 punti per aver fatto tre minuti e 18 secondi. A quel punto, sono fuori.

Mi incazzo. Durante la breve pausa prima del gran finale vado a chiedere spiegazioni agli organizzatori, che mi rispondono che è tutto regolare. Sandron, signorilmente, mi invita pubblicamente a provare i testi a casa prima di partecipare e la Racca invita il pubblico ad emettere “un simpatico buh” nei miei confronti.

Peccato che io quelle poesie le abbia provate fino allo sfinimento, caro Giacomo. Con quelle stesse poesie ho vinto due slam. E nel mio cronometro non superavo mai i maledetti tre minuti.

Mi ricordo poi di un breve testo pubblicato su facebook per sottolineare la fine di un mio alter-ego, del quale riporto qui un breve estratto:

L’inizio di Nella Grebznig non è stato l’inizio di un’artista, ma l’inizio di un disgusto. Disgusto della prosopopea dei filosofi che da 3000 anni a questa parte ci hanno spiegato tutto (a che pro’?), disgusto per i santoni e i guru del sentimento, disgusto per i poeti contabili, disgusto per tutti questi artisti che incarnano Dio in terra.

“Vuoi vedere”, mi dico, “che tutto questo speciale trattamento è dovuto a quello?”.
“Vuoi vedere”, mi dico, “che magari pensano che con ‘poeti contabili’ e ‘santoni del sentimento’ mi riferissi a loro, che pensano che sono uno stronzo, che me la tiro?”.
“Stai a vedere”, chissà, “che magari non sanno che il testo in questione è un cut-up dadaista e che forse mi hanno preso sul serio?”.

“Non può essere”, mi ripeto. “Non loro”.

Rimango un po’ deluso, in disparte, ad assistere alla finale, che vede la vittoria (meritata) di Paolo Agrati. Decido, per cocciutaggine o per coerenza, di non partecipare ai ringraziamenti finali, rimanendo a guardare. Non per Paolo, che conosco e che stimo, ma perché sono in disaccordo con questo tipo di organizzazione.

All’uscita ho un diverbio con una persona di cui non farò il nome, che in merito a quanto è accaduto mi sussurra: “Be’, sei ad un poetry slam! Devi prenderti tutto ciò che viene dal pubblico, anche gli insulti”. Lo mando a fare in culo, e me ne vado con i miei amici e la mia ragazza a continuare la serata altrove.

Ripensando ai fatti a mente fredda, rimango abbastanza dispiaciuto. Non per l’aver perso, no, ma soltanto perché nessuno tra gli MC e il notaio si è sentito in dovere di dire qualcosa, né quando il cretino – che a tempo debito ho individuato e ringraziato opportunamente per quanto detto – mi ha urlato contro sornione dandomi della checca, né dopo. Lo hanno considerato normale.

Mi dispiace perché mi sono sentito offeso, prima di tutto per i miei amici gay e lesbiche. In secondo luogo, perché ho capito che la scena italiana del poetry slam non gode di ottima salute. Anzi, allo stato attuale trovo molte difficoltà nel vedere lo stesso entusiasmo e la stessa varietà dei primi tempi, quando mi sono innamorato di questo nuovo mondo e quando ho scelto di farne parte.

Magari un giorno, per strappare qualche sorriso in più o per vendere qualche libro, assisteremo ad una performance in cui sarà considerato normale sfoggiare monologhi su quanto i neri puzzino o su quanto sia bello picchiare le donne.

Esagero, ma per adesso le cose stanno così. Ci vorrà un po’ di tempo, ma faremo il possibile, senz’altro anch’io farò la mia parte, per cambiarle.

Cosa sarebbe del resto il comico, senza il tragico? Sanguineti, a mani alzate, non può che darmi ragione, e ridere.

Glossario per i non addetti ai lavori:

  1. Temporary Autonomy Zone
  2. Sotto-genere nato nell’ambito dell’hip-hop e del free-jazz statunitense
  3. Lega Italiana Poetry Slam
  4. Termine anche questo derivante dal rap, che qui sta per Maestro di Cerimonia
  5. “Atti Impuri” è anche una rivista alla quale collaborano, tra gli altri, Nanni Balestrini, Sergio Garau, Cecilia Bello Minciacchi, Tiziano Scarpa.

 

Benvenuti all’inferno

Per leggere o scaricare “Benvenuti all’inferno” in formato PDF, clicca qui.

Benvenuti all’inferno,
la crisi del pensiero, il cinismo postmoderno,
Dopo-futuro e assenteismo
dell’immaginario.
Benvenuti all’inferno,
nell’unica via tracciata dall’aratro finanziario
si destreggiano i santi padri, abbottonati,
pronti a intervenire sui rispettivi fronti
e sconti sugli scontri.
Benvenuti all’inferno, dove uomini soli
adottano orfani e Soli – dove a milioni
ci si fa esplodere nelle stazioni.
Benvenuti all’inferno,
nessuno sconto per l’Eterno,
camminando senza meta
cerco una metà che mi dia
la prospettiva nuova:
«Questo è inferno, bellezza,
benvenuta nel vero ombelico del mondo:
se spari per prima vinci due bonus»
e ANCHE LE MOSCHEE
SCENDONO IN PIAZZA
CONTRO IL TERRORISMO.
Cadaverici patriarchi lanciano la messe
dal balcone,
e noi a spingerci, e noi ad accalcarci,
e noi ad accalorarci l’un l’altro
per non dar dispiacere al padrone
– scusate, ho usato un termine desueto:
volevo scrivere filantropo, benefattore,
sanguisuga, kapò, bastardo –
offrendogli ancora una volta
il nostro collasso migliore,
e lui a ridere, e lui ad applaudire,
e noi a rodere, senza rancore,
troppo stanchi per tendere lo sguardo,
come maiali non guardiamo mai in alto,
non riusciremo più a riveder le stelle
senza che il controllore venga a chiederci:
«Biglietto, per favore».
Io l’ho guardato, alla ricerca
d’un riflesso empatico,
lui guardava il tablet in dotazione,
VIETATO SOSTARE NEI PASSAGGI
DI INTERCOMUNICAZIONE.
Nel frattempo, una voce femminile
mi sussurra dal teleschermo del vagone:
«Prossima fermata: VI canto, terzo girone».
Un’oasi di golosi in festa,
calati fino al collo dentro la propria merda
ridono, contenti della prossima elezione.
Il mondo cambia, cambi tu, cambio io,
e tutto gira e rosola come carne d’agnello
nel kebab del mio demonio di fiducia.
Bruxelles brucia
al suono di quel piano troppo tetro,
infuoca viscere e annerisce i denti,
di cenere colma i polmoni,
mentre tu scendi dai barconi e gridi
PRIMA GLI ITALIANI.
Prima di chi? Perché, poi?
Vuoi vedere che a fuggire
i più lenti siamo noi?
«Ma quest’inferno ce lo siamo costruito,
e non permetteremo che tu ce lo rovini».
Spesso nella mia vita
la fobia di vivere ho incontrato:
l’ho presa a calci e pugni
fino a farla uscire dal mio corpo,
ed ora, per sempre, mi diverte
quest’inferno vitale che scorre
come fiume, lungo le vie imperversa
e non c’è male e non c’è dolore:
da quando ho smesso di guardare il cielo
non ho più bisogno di chiedere aiuto,
così l’inferno me lo tengo,
lo vezzo e lo cullo come fosse mio,
anche se è nostro, e vostro
perfido incanto d’un mondo pio.
Amata mia voragine, sono io,
mi riconosci? Ho la bocca piena di terra,
ma ancora sete di sangue e sudore.

Urge la RUGGINE (a Walt Whitman)

Per leggere o scaricare “Urge la ruggine” in PDF, clicca qui.

Io credo nella carne e negli appetiti,
vista udito tatto sono miracoli, e ogni parte o residuo di me
è un miracolo.

Walt Whitman, Foglie d’erba

Dannato stramaledettissimo ragazzo,
hai messo nei tuoi versi tutto lo scarto risibile del linguaggio e anche di più,
sei illeggibile, improponibile, puoi esser solo performato, urlato per strada e sui fiumi
dannatissimo ricchione innamorato della vita e di tutto ciò che la circonda
dannatissimo ingenuo sorpreso da tutto ciò ch’è visibile, tu non hai filtri
ma schernisci e mi spingi sul bordo
d’un precipizio e ti dici pronto
a tendermi una mano
mentre precipito, crudelmente avverso
a tutto ciò che esperisco
agli universi paralleli, all’implosione del verso
nell’attesa del suolo,
ma non posseggo e non ricerco
ciò che invece tu riesci a cogliere
nella velocità del paesaggio urbano
piano dopo piano dopo piano dopo piano dopo piano dopo piano dopo piano
mi sta scoppiando il cuore, e tu lo sai bene
non vorrei venisse spiattellato, così come
i tamburi che battono al richiamo
d’un sentire comune e tutti e tutte in cerchio
per esperire ciò che la vita spreme
e viene bevuto fino all’ultimo goccio
si attardano ore piccole
fino all’ultimo respiro
stacco pubblicitario: sono in arrivo S. T. EYE:
i preservativi che cambiano colore
a seconda del tuo stato d’eccitazione
così che da oggi finalmente potrai capire
se la tua ragazza ha finto l’orgasmo o meno
poiché giallo ocra=distrazione
verde acido=chissà cosa davano
in televisione
(sul marrone, meglio soprassedere)
abbiamo sconti sul blu che diventa rosso
passando dal viola dell’ematoma
ma chissà se troveremo mai la soluzione
per i corpi che non si ascoltano
che-non-si-ascoltano
vogliamo tutto (già visto, usato, garantito)
con la sigla di mission impossible
e gli spari di pulp fiction
ma chissà a che punto è
la step-child-adoption
che vuoi che ti dica?
nulla è per sempre ma la mancanza di senso
prude ancor più dell’ortica
mai una volta nella vita
ho potuto godere di un autentico e ingenuo
innamoramento per la bellezza
(altra immagine retorica per non dire fica)
strumento irregolare, scorrettezza di base
mancanza di sintassi/assemblage/epistassi
e giungo con Nico alle contrade del furore
con un passaporto in mano e un fazzoletto
NERO
sono il figlio clandestino di ogni tuo sogno abortito
del reparto uno al diciottesimo piano
sul sentiero
ancora attendo un ospedale in cui
qualcuno applichi la 194
urge la ruggine e non gratto via il ricordo
ancora aspetto che tu mi dica:
“dammi la mano e ti salvo”
ma nel tenderla tu mi secchi con due dita cavandomi gl’occhi
ed io cieco precipito senza vedere
dove e quanto sto cadendo
e penso a te e penso a me e penso a gl’altri
sui binari del treno a replicare i puerili canti
di diverbi trasversali che non siano a due
ancora aspetto che tu mi afferri le mani
e mi dica : “sono tue”.